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Eleonora Sevenard e Denis Rodkin: “Il Lago dei Cigni”, Pas de deux del Cigno Nero, III atto.

Il lago dei cigni costituisce un capolavoro di coerenza stilistica; tuttavia, dopo la revisione di Drigo e Petipa, è nel III atto che tutto cambia, in corrispondenza dell’apparizione di Odile (il cigno nero).

Arrivano dal prestigioso Teatro Bolshoi di Mosca, Eleonora Sevenard e Denis Rodkin: sono la coppia romantica del momento, recentemente ritratti insieme sulla copertina di un noto magazine italiano. Russi entrambi, giovani e bellissimi… L’amore è seduzione e inganno nel “Pas de deux del Cigno Nero” (coreografia di Marius Petipa, musica di Piotr Ilič Čaikovskij), tratto da Il lago dei cigni, uno dei più famosi ed acclamati balletti del XIX secolo.
Il libretto è ispirato a una fiaba popolare la cui vicenda di base è diffusa in molti paesi europei e racchiude tutta la meraviglia dei simbolismi, che in età romantica si accompagna a personaggi mitici e un chiaro intento morale. Il risultato della collaborazione tra gli artisti è un balletto indimenticabile dai caratteri molto ben marcati: una fanciulla trasformata in cigno bianco in seguito a una maledizione (Odette), un principe (Siegfried), un cigno nero malvagio (Odile), figlio d’uno stregone (von Rothbart); la lotta del bene contro il male e un finale alterno che si gioca tra il trionfo dell’amore e quello della morte.
Il palcoscenico che ha visto rappresentato il ‘passo a due’ è stato quello dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, che ha accolto “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” con la direzione artistica di Daniele Cipriani.
Il lago dei cigni costituisce un capolavoro di coerenza stilistica; tuttavia, dopo la revisione di Drigo e Petipa, è nel III atto che tutto cambia, in corrispondenza dell’apparizione di Odile (il cigno nero); estetica, danza, scelte musicali (incluse alcune nuove inserzioni e interpolazioni rispetto ai numeri originali) producono una svolta di 180 gradi al fine di preparare il momento cuspide del balletto.
Mentre nel II atto i personaggi sulla scena si limitano ai cigni, Odette e il principe, che esaltano l’estetica del bianco quale colore dominante, e la musica si concentra su di un’atmosfera di lirica serenità, in quello successivo si alternano sin dall’inizio fastose scene corali e scontri drammatici dei caratteri individuali (la musica accompagna prodigiosamente la nuova situazione drammaturgica, ma è necessario ricordare che quasi tutti i numeri musicali previsti per il famoso Pas de deux di questo atto in realtà furono composti da Chaikovsky per l’analogo Pas des deux del I atto: furono Petipa e Drigo a trasferirli a questo punto).
Il III atto è il momento in cui subentra l’elemento diabolico e magico del cigno nero: il contrasto rispetto ai quadri precedenti si fa evidente, con uno scontro bianco-nero che resta dominante fino alla fine.
Il cambiamento più notevole nella struttura musicale riguarda, come si è già accennato, il Grand Pas des deux del III atto, ossia il momento in cui il Cigno nero (Odile) si esibisce in voluttuose e funamboliche variazioni al fine di avvincere Siegfried e allontanarlo da Odette.
Drigo, oltre ad aggiungere una nuova coda al Grand Adagio e a interpolare altri materiali di Chaikovsky, rivide completamente l’orchestrazione. Non si trattò affatto di una banalizzazione, giacché Drigo cercò di tradurre in musica (rivisitata o sua) il progetto coreografico di Petitpa, che a sua volta aveva sfruttato tutte le risorse della partitura originale. Per esempio, nella coreografia del Pas des deux di Petipa non sono previsti movimenti di cigno per Odile: il personaggio doveva, più che imitare le movenze di Odette, far gioco sulle proprie abilità di incantatrice, lontane dalla mimesi del nobile animale. Anche nell’ambito coreografico i dati della tradizione sono molto complessi: Petipa scrisse la coreografia di questa struttura intitolandola Pas de deux à quatre demi d’action, per poi concentrarsi sulle variazioni femminili di Odile, interpretata da Pierina Legnani. Le variazioni maschili, invece, furono scritte direttamente dal primo interprete, come si usava all’epoca; non è accertato, comunque, che quelle fissate da Alexander Gorsky (partner della Legnani) nel 1899 corrispondano a quelle offerte alla prima del 1895. Un dato è certo: le Variazioni del Principe Sigfrido che ancora oggi si eseguono nella maggior parte dei teatri del mondo, si attribuiscono a Vakhtang Chabukiani, che per primo le interpretò nel 1932 (secondo alcuni studiosi è anche possibile che le avesse apprese da Gorsky).
Comunque sia, l’esito più spettacolare del Grand Pas des deux furono – e continuano a essere – i 32 fouettés en tournant, che Pierina Legnani eseguì per prima su di un palcoscenico russo. Già nel 1895 ella aveva introdotto la successione di 32 fouettés nella Cenerentola di Enrico Cecchetti e Lev Ivanov del 1893. Evidentemente Petipa intuì che a conclusione del Pas des deux del Lago dei cigni era necessario un numero di prodigiosa bravura e dall’esito spettacolare che soltanto questo ritrovato poteva conseguire, anche per evidenziare il carattere diabolico del cigno nero (fouetté significa letteralmente “colpo di frusta”: è lo slancio che permette al corpo di continuare a girare su sé stesso. Lo stesso slancio deve essere equilibrato, perché se è eccessivo può sbilanciare il movimento. La forza di base risiede nella caviglia, che per 32 volte sale e scende in corrispondenza dello slancio e del movimento rotatorio). Le ballerine dell’epoca offrivano spesso 12 o 14 giri, che già costituiscono una prova virtuosistica notevole; ma la Legnani stracciò tutto questo raggiungendo il numero di 32. Secondo Alexander Shiryaev, inoltre, ella si produsse in “arabesque fouettés”, vale a dire che eseguì i giri nella modalità en dedans (letteralmente “in dentro”: la gamba libera dal peso del corpo descrive un semicerchio con la punta, iniziandolo dietro e finendolo davanti) e non en dehors come si eseguono oggi (letteralmente “in fuori”: la gamba libera dal peso del corpo descrive un semicerchio con la punta iniziandolo davanti e finendolo dietro).
Visto che il III atto è il momento chiave dell’azione, e visto che – al tempo stesso – non esiste una versione autentica riconducibile al compositore e al coreografo della première, risulta di conseguenza che ogni nuovo coreografo tenda a rielaborare, se non a ricostruire sensibilmente, una personale fisionomia del III atto, a partire dal montaggio dei pezzi e delle relative variazioni. Per tutto questo, è di grande interesse analizzare le versioni di alcuni coreografi, elaborate per le compagnie di più lunga tradizione e di più celebrato prestigio.

Eleonora Sevenard stella nascente tra le ballerine della sua generazione è Solista del Teatro Bolshoi di Mosca. Bellezza delicata dallo sguardo conturbante, talento artistico appena sbocciato, in Russia “Elya” è una celebrity: per la sua discendenza da Matilda Kshesinskaya, “la ballerina dello zar”, e per il suo legame sentimentale con Denis Rodkin, avvenente Primo ballerino del Teatro Bolshoi. Coppia di scena e di vita, protagonisti della mondanità artistica moscovita, i due si sono fatti notare anche a Roma, dove hanno danzato al Gala internazionale di danza Les Étoiles di Daniele Cipriani: folla di fans e fotografi ad attenderli alla stage door dell’Auditorium Parco della Musica e poi ospiti della Fondazione Alda Fendi “Esperimenti” per un ricevimento dopo spettacolo. Un incontro segnato dal destino quello tra i due ballerini, avvenuto la prima volta molti anni fa, quando lei era ancora allieva – fuoriclasse – dell’Accademia Vaganova di San Pietroburgo.
Eleonora iniziò a ballare per gioco, all’età di 3 anni, a 9 entrò in accademia per volere della madre che adorava il balletto. Non era la migliore, fino al 5° anno di corso, quando le prese una sorta di orgoglio ad ottenere il massimo. Il direttore la notò e le diede molte occasioni: danzò a Parigi, Tokyo, Londra, anche ad un Gala di scuole al Teatro alla Scala. Proprio durante uno spettacolo di fine anno Denis la vide ballare: aveva solo 15 anni, lui era già famoso. Denis ed Eleonora si ritrovano quando lei, appena diplomata, entra al Balletto Bolshoi. Erano con la compagnia in Grecia con Lo Schiaccianoci e Eleonora sostituì la sua partner infortunatasi. Si sa com’è: in tournée si passa tanto tempo insieme, provando gli spettacoli e visitando le città. È così che Eleonora e Denis si sono innamorati. Una scelta felice: sin dalla prima stagione le furono affidati ruoli da solista e via via da protagonista.
LF Magazine
Foto: Massimo Danza

 

Eleonora Sevenard e Denis Rodkin in “Spartacus” pas de deux.

 

Chi non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi Spartaco di che affronta il console romano Crasso.

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Eleonora Sevenard e Denis Rodkin), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Sevenard con un solo braccio, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian.

Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse continuano a goderselo alla grande.

LF Magazine

Foto Massimo Danza