Sergio Bernal in “The Swan”, coreografia di Ricardo Cue.

La danza è tornata a vivere alla grande, anche se solo in una notte, con sette stelle del balletto e due superbi musicisti, Mario Brunello al violoncello e Beatrice Rana al pianoforte che hanno accompagnato dal vivo i danzatori in “Duets and solos”, uno spettacolo speciale, intimo, di grande levatura curato da Daniele Cipriani.

“Lavorare con chi danza è come suonare musica da camera” ha rivelato il violoncellista Mario Brunello, che con la pianista Beatrice Rana ha partecipato a Duets and solos, spettacolo ideato da Daniele Cipriani con la consulenza musicale di Gastón Fournier Facio, andato in scena il 18 Luglio nel corso del Ravenna Festival, alla Rocca Brancaleone della città romagnola.

Il carattere speciale della serata di Ravenna dipendeva da almeno tre fattori: prima di tutto il ritorno della danza in palcoscenico dopo i mesi di chiusura; poi la presenza di Rana e Brunello, invece che di un’orchestra o di un supporto registrato, a fornire la base musicale per i numeri di danza; infine, l’idea brillante di coinvolgere étoiles che sono in coppia anche nella vita, come Silvia Azzoni e Alexander Ryabko dell’Hamburg Ballet e Iana Salenko e Marian Walter, che fanno parte del corpo di ballo dell’Opera di Berlino. Si è così aggirato il divieto di contatto in scena e nei duetti i ballerini sono stati liberi di toccarsi e di abbracciarsi.

A completare il gruppo di stelle della danza, Hugo Marchand dell’Opéra de Paris, Sergio Bernal Alonso, già del Ballet Nacional de España, e Matteo Miccini dello Stuttgart Ballet. Di carattere e stile diverso le coreografie, realizzate tra gli altri da John Neumeier, Uwe Scholz, Michel Fokine, Jerome Robbins, Roland Petit e dallo stesso Bernal.

Per tornare al paragone con la musica da camera, Brunello ci ha spiegato come per conciliare le esigenze di danzatori e musicisti si debbano trovare volta a volta soluzioni che permettano libertà di espressione a tutti. “Proprio come succede quando si suona in trio o in quartetto e non ci si conosce: non è che uno può dire “questo è il mio tempo e voi dovete seguirlo”. Ci si mette d’accordo. È chiaro comunque che i danzatori sono abituati a provare su musica registrata, con ripetizioni sempre uguali, mentre quando si suona dal vivo, anche in prova, qualche cosa cambia sempre. Questo richiede da parte loro uno sforzo di adattamento” ha aggiunto il violoncellista.

L’intelligente adattamento reciproco, ma anche l’evidente piacere di lavorare insieme, hanno sortito un felicissimo risultato nello spettacolo in cui si susseguivano numerosi brani, alcuni danzati e altri solo strumentali, incorniciati da una Morte del cigno all’inizio e una alla fine; entrambe si basavano sul “Cygne” di Saint-Saëns dal Carnaval des animaux, ma la prima, con la coreografia storica di Michel Fokine, era al femminile, interpretata da Iana Salenko; la seconda, (coreografia di Ricardo Cue) contemporanea, di cui riportiamo l’ampio reportage fotografico di Massimo Danza, al maschile, con Sergio Bernal.

“The swan” da “Le Carnaval des Animaux“, è una delle più famose opere del compositore francese Camille Saint-Saëns, composto nel 1886, appositamente per Anna Pavlova e messo in scena per la prima volta nel 1905 a San Pietroburgo. Da allora il balletto ha influenzato le moderne interpretazioni di Odette ne “Il lago dei cigni” di Čajkovskij e ha ispirato varie interpretazioni, anche non fedeli alla trama originale, come variazioni del finale trasformato da lieto in tragico.

Per volere del compositore, l’opera doveva essere eseguita pubblicamente solo dopo la sua morte. La sua prima fu, quindi, il 26 Febbraio 1922, trentasei anni dopo la sua composizione e un anno dopo la morte dell’autore.

Il carnevale degli animali divenne la musica più caratteristica di Saint-Saëns per i suoi toni umoristici e canzonatori.

I 14 brani, tutti molto brevi, si riferiscono ciascuno a un animale. Non mancano riferimenti dichiaratamente satirici e umoristici. La comicità del brano è data anche dalle citazioni esplicite di brani o motivi conosciuti.

Ricardo Cue

Direttore di danza, ballerino, coreografo, allenatore e impresario. Ha studiato a L’Avana, Madrid e New York, dove ha vissuto per quindici anni e ha studiato danza e storia della danza con Doris Hering all’Università di New York. Lì ha lavorato con Balanchine, Tudor, Graham e Ailey.

A Madrid, nel 1982, si unì al team di regia del Balletto Nacional de Espana, Classica e Flamenco e presentò questa compagnia al NY MET con Medea. Ha introdotto in Spagna le opere di Balanchine, Tudor e Tetley nel repertorio.

Nel 1986 è diventato consigliere del Ministero della Cultura della Spagna. Come impresario privato ha presentato in Spagna le principali compagnie di danza del mondo. Ha diretto e messo in scena spettacoli di gala in Spagna, Francia e Russia con Plisetskaya, Guillem, Schauffuss, Gregory, Bujones, Mukhamedov, Dupond, Alexandrova, Acosta, Somova, Osipova, Shklyarov, Obraztsova, I. Vasiliev, Kovaleva, ecc.,

Nel 1992 fonda la sua compagnia di flamenco “Les Geants du Flamenco”, al teatro Champs Elysees di Parigi, creando e dirigendo “Cibayi” con Lola Greco, Joaquin Cortes e Adrian e gira il mondo.
Scopre, allena e dirige i migliori e migliori ballerini di musica classica e flamenco spagnola come Trinidad Sevillano, Aranxta Arguelles, Joaquin Cortes, Igor Yebra, Angel Corella, Tamara Rojo e Sergio Bernal. Lavora ed è manager di Maya Plisetskaya.

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Foto: Massimo Danza

“Duets and Solos”: Mario Brunello e Beatrice Rana con le stelle della danza.

 

La linfa vitale ha ripreso a scorrere e a rianimare la scena italiana, ma vigono severe regole di distanziamento sociale; si riparte, quindi, con due grandi musicisti, la pianista Beatrice Rana e il violoncellista Mario Brunello, con étoiles della danza che hanno eseguito un programma di coppie ed assoli.

Si esce dalle giornate buie dell’emergenza a riascoltare virtuosi della musica e a rivedere étoile del balletto con una speciale serata di musica e danza intitolata, con semplicità, “Duets and Solos”, a cura di Daniele Cipriani, con la consulenza musicale di Gastón Fournier-Facio.

Il debutto c’è stato il 17 Luglio scorso a Nervi con un secondo spettacolo il 18 Luglio alle ore 21.30 a Ravenna, alla Rocca Brancaleone, nell’ambito del Ravenna Festival in collaborazione con Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova- Festival del Balletto di Nervi.

Nelle foto di Massimo Danza rivediamo Silvia Azzoni e Alexandre Ryabko esibitisi in “Nocturnes” con la coreografia di John Neumeier accompagnati al pianoforte da Beatrice Rana con le musiche di Fryderyk Chopin, il Notturno in do minore KK IVb/8 per pianoforte ed il Notturno op. 48 n. 1 in do minore per pianoforte.

La linfa vitale riprende a scorrere e a rianimare la scena italiana, ma vigono severe regole di distanziamento sociale; si riparte, quindi, con due grandi musicisti, la pianista Beatrice Rana e il violoncellista Mario Brunello, con étoiles della danza che hanno eseguito un programma di coppie ed assoli: il francese Hugo Marchand dell’Opéra di Parigi, l’italiano Matteo Miccini del Balletto di Stoccarda e lo spagnolo Sergio Bernal, già del Ballet Nacional de España. Ma ci sono stati anche degli straordinari passi a due, con quelle armoniose intrecciature, non certo socialmente distanziate, che i passi a due nel balletto classico spesso richiedono, con i partner avvinghiati, attorcigliati tra di loro. Ma niente paura, è tutto assolutamente regolare poiché sono stati presentati da due coppie di étoiles che sono coppie anche nella vita.

A Daniele Cipriani, ideatore e curatore dello spettacolo, lo spunto venne guardando le cosiddette ‘coppie stabili’ che cenavano tranquillamente al ristorante senza alcun pannello divisorio: “Fortunatamente, nel mondo della danza, ci sono molti ballerini che fanno coppia, e tra loro anche diverse étoiles, come le coppie che hanno danzato a Ravenna: Silvia Azzoni/Alexander Ryabko (HamburgBallet, italiana lei, ucraino lui) e Iana Salenko/Marian Walter (Opera di Berlino, ucraina lei, tedesco lui), che quindi possono tranquillamente toccarsi, abbracciarsi e stringersi senza contravvenire ad alcuna regola.”

Si dà il caso, inoltre, che diverse note coreografie, assoli e passi a due, furono create su pagine musicali per pianoforte e/o violoncello, che sono state, quindi, eseguite dal vivo da Brunello e dalla Rana; ed ecco che è stato possibile mettere insieme un interessante programma su celebri brani di grandi compositori, in cui due arti sorelle, quelle di Euterpe e di Tersicore, si intessono, ognuna mantenendo la propria cifra, ma formando un’unica stoffa. Grazie alla magia che solo l’arte sa regalare, si può parlare eccezionalmente di “passi di musica, note di danza”.

Tra i coreografi spiccano i nomi di Fokine, ma anche di celebri autori del ‘900 o contemporanei. Tra le curiosità, una moderna “Morte del Cigno” al maschile (coreografia di Ricardo Cue) interpretata da Sergio Bernal, che il pubblico ha apprezzato accanto alla tradizionale “Morte del Cigno” di Fokine interpretata da Iana Salenko (musica di Saint-Saëns). Bernal non ha mancato, comunque, anche di regalarci uno di quei suoi roventi brani iberici che mandano il pubblico in visibilio.

Hugo Marchand è stato l’interprete di “Suite of Dances” di Robbins (musiche di Bach), balletto originariamente creato per Mikhail Baryshnikov, mentre Matteo Miccini ha interpretato un assolo da SSSS di Clug (musica di Chopin).

Una coppia al maschile (di cui fa parte Bernal) ha interpretato Folia de Caballeros, originale passo a due maschile (musica di Corelli, coreografia di Bernal/De Luz) in cui i due “caballeros” danzano a distanza senza toccarsi mai.

Per i passi a due “in famiglia” il pubblico ha ammirato Thaïs di Roland Petit (musica di Massenet) interpretato da Salenko/Walter mentre la coppia Azzoni/Ryabko è stata interprete di Nocturnes di Neumeier, qui nelle foto di Massimo Danza (musica di Chopin), e di Sonate di Scholz (Rachmaninoff).

Non sono mancati momenti di sola musica, con la Quadrille per violoncello e pianoforte (dal secondo atto dell’opera Not Love Alone) di Rodion Scedrin, interpretati da Mario Brunello e BeatriceRana, la quale ha pure interpretato Aria (dalle Variazioni Goldberg ) di Bach e La Valse di Ravel.

Due serate dove, malgrado il distanziamento ancora richiesto in questo momento, si è stati insieme: arti diverse, artisti diversi, pubblico in sala.

“Duets ando Solos” ha espresso la felicità di una scena, fino a poco fa dormiente, come la Principessa Aurora, nella fiaba della Bella Addormentata e nel balletto omonimo che tutti conosciamo, la quale, spezzato il sortilegio, si risveglia da un lungo sonno in una magica notte di mezz’estate.

Grazie a Simonetta Allder, responsabile Ufficio Stampa di Daniele Cipriani.

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Foto: Massimo Danza

 

Yanela Piñera e Luis Valle in “Spring waters”.

Yanela Piñera e Luis Valle hanno eseguito, in occasione de “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani,  il balletto “Spring Waters” in maniera molto emozionante, con la coreografia di Asaf Messerer e la musica di Sergei Rachmaninoff.

Rachmaninoff nacque in una famiglia della nobiltà russa. Il nome della famiglia risale al 1400 quando Yelena, figlia di Stefano IV di Moldavia, sposò il figlio maggiore di Ivan III VasilyevichGran Principe di Mosca. Un figlio di nome Vasily venne soprannominato “Rachmanin”, che, nell’antico russo, significa “pigro”.

La famiglia di Rachmaninoff aveva forti inclinazioni musicali e militari. Suo nonno paterno, Arkady Alexandrovich, era un musicista che aveva preso lezioni dal compositore irlandese John FieldSuo padre, Vasily Arkadyevich Rachmaninoff (1841-1916), era un ufficiale dell’esercito e pianista dilettante che sposò Lyubov Petrovna Butakova (1853-1929), figlia di un ricco generale dell’esercito. La coppia ebbe tre figli e tre figlie, Sergei era il loro quarto figlio.

Cresciuto a Oneg fino a nove anni, Rachmaninoff iniziò le lezioni di piano e musica organizzate da sua madre all’età di quattro anni. La madre di Rachmaninoff notò subito la sua capacità di riprodurre passaggi a memoria senza sbagliare neppure una nota. Così, dopo aver appreso la notizia del talento del ragazzo, Arkady suggerì di assumere Anna Ornatskaya, insegnante e neolaureata al Conservatorio di San Pietroburgo, per vivere con la famiglia ed iniziare l’insegnamento formale. Rachmaninoff dedicò proprio la sua composizione per pianoforte, “Spring Waters” op. 14, a Ornatskaya.

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Foto: Massimo Danza

Yanela Piñera e Luis Valle in “Don Chisciotte” – pas de deux, III atto.

Lo stile e la dirompenza cubani sono stati rappresentati da Yanela Piñera e Luis Valle nel quasi acrobatico passo a due del III Atto del Don Chisciotte.

Tutte le produzioni moderne del balletto Petipa/Minkus sono derivate dalla versione messa in scena da Alexander Gorsky per il Teatro Bolshoi di Mosca nel 1900.

Don Chisciotte è stato rappresentato, oltre che in Russia, anche in altri paesi, per primo, da Anna Pavlova nel 1924 in una versione ridotta rispetto alla produzione di Gorsky, anche se il lavoro full-length non venne messo in scena all’estero per molti anni. Il famoso Gran Pas de Deux dalla scena finale del balletto è stato messo in scena in Occidente a partire dal 1940, dal Ballet Russe de Monte Carlo.

La prima produzione full-length fuori dalla Russia, ha visto un nuovo allestimento, con le coreografie di Ninette de Valois per il Royal Ballet, nel 1950. La prima rinascita completa della produzione russa originale, in scena in Occidente, è stata del Rambert Ballet nel 1962.

Nel 1966 Rudolf Nureyev mise in scena la sua versione per il Balletto di Stato di Vienna, adattata da John Lanchbery.

Mikhail Baryshnikov montò la sua versione nel 1980 per l’American Ballet Theatre, una produzione che fu rappresentata in molti teatri, tra cui il Royal Ballet, e, più recentemente, da Carlos Acosta. Oggi il balletto viene messo in scena in tutto il mondo in molte versioni differenti, ed è considerato tra i grandi classici della danza.

Il famoso coreografo americano George Balanchine ha creato una versione moderna nel 1965 per la New York City Ballet con le musiche di Nicolas Nabokov, con Balanchine che apparve nei panni di Don Chisciotte, Suzanne Farrell in quelli di Dulcinea e Francisco Moncion come Merlin. Questa produzione non aveva niente a che fare con la versione Minkus, e venne rappresentata fino alla metà degli anni ’70

Nel 1987, il Northern Ballet (UK) ha commissionato al coreografo Michael Rosa una versione in tre atti con il direttore artistico Christopher Gable nei panni del Don. La trama venne rielaborata per includere un maggior numero di avventure del Don Chisciotte e di Sancho Panza. Michael Rosa ripropose il lavoro per il Balletto di Milwaukee (USA) nel 2005, con ulteriori modifiche al Prologo e all’Atto terzo. Questa produzione venne poi presentata di nuovo nel 2014.

Yanela si è formata al Centro Pro-Danza dell’Avana, alla Scuola Provinciale di Balletto e poi alla Scuola Nazionale di Balletto. È entrata a far parte del Balletto Nazionale di Cuba nel 2005 prima di essere promossa a Principal Dancer nel 2011. La sua posizione attuale è generosamente supportata dal programma International Guest Artist del Queensland Ballet, finanziato dal Jani Haenke Charitable Trust, che mira a portare versatilità alla compagnia e ai ballerini.

Luis Valle, è ballerino principale dell’Opéra di Nizza e primo ballerino del Balletto Nazionale di Cuba.

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Foto: Massimo Danza

Young Gyu Choi in “L’idolo d’oro”, Assolo da La Bayadère, II atto.

Tantissimi applausi per l’elevazione, la leggerezza, i giri mozzafiato di Young Gyu Choi per l’assolo dell’Idolo d’oro da La Bayadère.
L’evento è stato reso ancora più prezioso dai costumi realizzati appositamente per Les Étoiles da Roberto Capucci, icona mondiale dell’alta moda, considerata, a livello internazionale, come uno dei più grandi designer del XX secolo (Christian Dior lo definì il miglior creatore della moda italiana).
Come Diaghilev faceva vestire i suoi ballerini da Coco Chanel, così Daniele Cipriani ha fatto vestire per l’occasione, Young Gyu Choi da Roberto Capucci, continuando quel perfetto connubio tra danza e moda.
La Bayadère, balletto in tre atti, per lo stile coreografico e la storia raccontata, incarna perfettamente la quintessenza del balletto classico. Insieme a Il lago dei cigniLa Bella Addormentata ed allo Schaccianoci, La Bayadère è nell’Olimpo del balletto classico. Andata in scena per la prima volta a San Pietroburgo il 5 Febbraio del 1877, La Bayadère fa rivivere in chiave di esotismo fiabesco il mito delle Villi e di Giselle e si caratterizza per una della coreografie più ardite tra quelle create da Marius Petipa: lungo un praticabile inclinato gli spiriti delle baiadere morte per amore entrano in scena eseguendo settantadue arabesques-penchés.

La musica pompier di Ludwig Minkus conferisce all’azione danzata un’atmosfera eroicamente romantica.

 La Bayadère, balletto originariamente in quattro atti e sette quadri con apoteosi narra della tormentata e tragica vicenda amorosa tra la devadasi (danzatrice del tempio o baiadera, dal portoghese “bailadeira”) Nikia e il giovane generale Solor, capo delle guardie del Rajah.

Il balletto, ambientato in India e fortemente permeato di quell’esotismo così di moda nella seconda metà del XIX secolo, periodo delle grandi esplorazioni geografiche, trae ispirazione, indubbiamente, da “Sakuntala”, balletto su musica di E. Reier, libretto di Théophile Gauthier e coreografia di Lucien Petipa, fratello di Marius, rappresentato in precedenza a Parigi e ben presto dimenticato. Sorte diversa attenderà invece “La Bayadère”, destinato a diventare uno dei balletti più celebri e rappresentati di tutto il repertorio classico.

Le redazioni successive alla prima non hanno modificato la sostanza del generale impianto coreografico, essendosi limitate a spostamenti di questo o quel brano con il solo intento di migliorare la drammaturgia della narrazione. Nuove danze sono state aggiunte successivamente, ad esempio da Vakhtang Chabukiani nel 1941 e ancora dopo da Konstantin Sergeev.

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Foto: Massimo Danza

Stella Abrera e Robert Fairchild “Un americano a Parigi”.

La coppia Stella Abrera e Robert Fairchild, entrambi provenienti dagli Usa, per la prima volta sul palco insieme in occasione de “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani, sono passati, sempre nel medesimo evento, da una rigorosa interpretazione in bianco di un neoclassico “Apollo”, ad una frizzante interpretazione, in nero, di “Un americano a Parigi”, con musiche di George Gershwin, con grande facilità e maestria.

Trasposizione teatrale del musical diretto, nel 1951, da Vincente Minnelli, che ebbe come protagonisti, sullo schermo, Gene Kelly e Leslie Caron, è stato adattato per la scena da Christopher Wheeldon, coreografo internazionale inglese di balletto contemporaneo.

Nel secondo dopoguerra, a Parigi, si ritrovano vicini di casa due americani: Jerry Mulligan che sta cercando di diventare un pittore, e Adam, che suona il piano. Il duo, rinforzato da Henri, un cantante francese grande amico di Adam, esegue alcuni numeri nel caffè sottostante. Intorno a questo trio, e all’incontro di Jerry con Lise, una bella e giovane aspirante ballerina, si sviluppa una storia d’amore, arte e amicizia.

Christopher Wheeldon ha portato sulle scene, prima parigine e statunitensi poi, questa rilettura di un classico della storia del cinema e del musical. Da non sottovalutare le scenografie che, nella loro essenzialità, richiamano dei luoghi ed un’epoca senza pretendere di ricostruirli ma con l’intento di trasmetterne lo spirito più intimo.

Stella Abrera (nata nel 1978 a Manila, Filippine) è una ballerina di danza filippina-americana. Attualmente è la prima ballerina dell’American Ballet Theater ed è la prima ballerina principale filippina della compagnia. Poco dopo la sua nascita, la sua famiglia tornò negli Stati Uniti. Abrera ha iniziato a ballare all’età di cinque anni in una scuola locale a Pasadena, in California. A causa del lavoro di suo padre, un ingegnere civile, la sua infanzia è stata vissuta in tutto il mondo, tra cui l’Australia, mentre i suoi fratelli più grandi vivevano a Jakarta e San Paolo. A Sydney, si è formata presso la Royal Academy of Dance al Halliday Dance Centre. Nel 1995, ha viaggiato a Londra per competere agli Adeline Genée Awards della Royal Academy of Dance, dove le è stata assegnata la medaglia d’oro. Lì è stata vista da Ross Stretton che le ha offerto l’opportunità di fare un provino per l’ American Ballet Theatre di New York.

Robert Fairchild (Salt Lake City, 9 Giugno 1988) è un ballerino, attore e cantante statunitense.

È stato ammesso alla School of American Ballet all’età di quindici anni e in pochi anni scalò i ranghi del New York City Ballet, fino a diventare “principal dancer” nel 2009. Particolarmente apprezzato fu il suo Romeo del Romeo e Giulietta coreografato da Peter Martins nel 2008.

Nel 2015 debuttò a Broadway nel musical An American in Paris, per cui fu candidato al Tony Award al miglior attore protagonista in un musical e vinse il Theatre World Award ed il Drama Desk Award. Nel 2017 tornò a recitare nel musical per la prima londinese.

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Foto: Massimo Danza

Sergio Bernal in “Zapateado” indossa Capucci.

Capucci ha firmato la sua ‘prima volta’ a teatro per la danza, creando il costume che il danzatore madrileno, bailador’ carismatico del Balletto nazionale spagnolo, ha indossato per un rovente ‘Zapateado’.

Uno dei più grandi stilisti del mondo, quello che Christian Dior definì il miglior creatore della moda italiana, Roberto Capucci, ha firmato il costume per lo spettacolare assolo di Bernal. È la prima volta che l’immaginifico creatore firma costumi per la danza. L’altissima moda ha fatto dunque il suo ingresso regale a “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani.

Un connubio fecondo, quello fra danza e moda, nato nei primi del Novecento grazie alla geniale intuizione dell’impresario dei Ballets Russes, Serghei Diaghilev, che usava commissionare costumi da couturier di grido come Paul Poiret, Mariano Fortuny e Coco Chanel. Da allora, sono numerosi gli stilisti che hanno disegnato per l’arte della danza, numerose le tendenze lanciate proprio dai palcoscenici di Tersicore da Versace ad Armani. A loro si è unito anche Roberto Capucci.

“Qualche anno fa, mentre rimettevo in ordine il mio archivio di disegni per la Fondazione – ha raccontato Capucci – mi imbattei in una vecchia bustona ingiallita. Ne lessi il contenuto. Feci un salto indietro nel tempo dei miei ricordi. Correva l’anno 1948 e avevo 18 anni, ero un giovane studente dell’Accademia delle Belle Arti. La busta conteneva bozzetti di costumi per una rivista musicale che doveva debuttare a Buenos Aires. Mi ricordo con quale passione e quante attese mi ero messo a creare quei costumi. Ma, come spesso accade, il progetto non andò in porto. Gli eventi della mia vita professionale presero la piega che tutti conosciamo. Ma se le cose fossero andate in altro modo oggi forse non sarei un creatore di moda ma vivrei in Argentina. A parte l’esperienza con il Teatro di San Carlo di Napoli con Capriccio di Richard Strauss (2002) e le molte collaborazioni con la mia cara amica, il soprano Raina Kabaivanska, non ho mai creato per la scena. Ma il costume teatrale è sempre rimasto nel mio cuore e da qualche anno ho cominciato, nel mio tempo libero, a creare in questa direzione.”

Capucci ha cominciato ad esporre disegni di questo progetto a qualche mostra. In occasione della Sovrana Eleganza al Castello della principessa Odescalchi fino alle ultime due mostre, Capucci Dionisiaco. Disegni per il teatro, che si è svolta a Firenze, a Palazzo Pitti e Spettacolo onirico. Disegni per il teatro, in programma a Napoli a Palazzo Scarpetta. Il successo di critica e pubblico hanno spinto Capucci a continuare su questa strada. È quindi con forte emozione ed energia che ha accettato la sfida de Les Etoile e del suo patron Daniele Cipriani.

L’abito che Capucci ha disegnato per Sergio Bernal possiede i colori e l’energia della Spagna. Rosso sangue, con ricami dorati come le sfumature di Plaza de Toros e un drappeggio che ricorda la mantilla. Emozionante vedere come uno stilista sia riuscito a trasformare una coreografia in un costume ed a cogliere lo spirito con cui il danzatore è andato in scena. Bernal, che ha curato anche la coreografia di “Zapateado”, è bravissimo, un genio, il vestito che Capucci ha creato per il suo assolo sembra far parte di lui. E lui fa parte di questo atto creativo, come in uno scambio reciproco.

Sergio Bernal, 29 anni, madrileno, ha la tecnica di un ballerino di danza classica e il temperamento di un interprete di flamenco. Viene applaudito, nei teatri di tutto il mondo, per la farruca del Molinero, così come nella coreografia “Il cigno” di Ricardo Cue, dove sulle musiche di Saint-Saëns, con uno slip e basta, a coprire un corpo statuario, mette le ali della fantasia a un personaggio solitamente legato al repertorio femminile.

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Foto: Massimo Danza

Miriam Mendoza e Sergio Bernal: “The last encounter”.

Un altro bel foto-reportage su di un balletto svoltosi nell’ambito de “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani.

Questa edizione del Galà, oltre ad avere numerosi richiami al mondo del cinema, è stata impreziosita da un tocco ispanico. Sergio Bernal, Balletto Nazionale Spagnolo, e Miriam Mendoza, ballerina solista del Balletto Nazionale di Spagna, hanno dato vita per Les Etoiles di Daniele Cipriani, alla Prima italiana, “The Last Encounter”, con le coreografie di Ricardo Cue. Un quadro di grande eleganza e passione: un calpestio d’amore che finisce con un distacco, dal quale traspare tutto il loro vissuto fatto di passione e di scontri, di addii e di riprese, quasi evocando la coppia Fred Astaire e Ginger Rogers dal sabor iberico. Le note di “Hable con Ella”, di Alberto Iglesias, già colonna sonora dell’omonimo film di Pedro Almodovar, uno dei migliori registi di questi anni, hanno fatto il resto.

Miriam Mendoza ha iniziato gli studi di danza all’età di 12 anni presso il Royal Professional Dance Conservatory, finendo la laurea con una qualifica eccezionale. Durante la sua permanenza al Conservatorio partecipa al laboratorio coreografico, interpretando numerose coreografie del suo repertorio.

Si è formata con insegnanti come José Antonio Ruiz, Aída Gómez, Maribel Gallardo, Aurora Bosch, Fernando Romero e Merche Esmeralda. Partecipa al film “Iberia” di Carlos Saura.

Nel 2006, è entrata nel Workshop di studio del Balletto Nazionale di Spagna sotto la direzione di José Antonio Ruiz e nell’Aprile 2008 è entrata a far parte della compagnia Aída Gómez combinandola con la compagnia Rafael Aguilar. Successivamente, entra a far parte della compagnia Antonio Najarro negli spettacoli “Flamencoriental” e “Jazzing Flamenco”.

Ha interpretato ruoli da protagonista nella coreografia del repertorio come: Il cappello a tre punte (La molinera), Fantasía GalaicaPaso a cuatroViva Navarra ed Electra.

Nell’ Ottobre 2010 è entrata a far parte del Dance Corps della BNE, sotto la direzione di José Antonio. Dal 2012 è ballerina solista del Balletto Nazionale di Spagna.

Sergio Bernal, 29 anni, madrileno, ha la tecnica di un ballerino di danza classica e il temperamento di un interprete di flamenco. Viene applaudito, nei teatri di tutto il mondo, per la farruca del Molinero, così come nella coreografia “Il cigno” di Ricardo Cue, dove sulle musiche di Saint-Saëns, con uno slip e basta a coprire un corpo statuario, mette le ali della fantasia ad un personaggio solitamente legato al repertorio femminile.

“Ogni volta che ripropongo ‘Il cigno’ mi concentro sulla solitudine, sul silenzio. Ballo le ultime ore di vita di un essere vivente, di un cigno, appunto, ruolo solitamente affidato alle mie colleghe donne. Ma io credo che in quel momento, quando si sente la vita che fugge via, non si è né uomini, né donne, ma persone, sole”.

Bernal ha cominciato studiando il flamenco che è rimasto la sua passione, la base della sua tecnica, ma soprattutto è il punto di riferimento espressivo per riuscire a manifestare i suoi sentimenti.

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Foto: Massimo Danza

Elisa Badenes e Friedemann Vogel “Mono Lisa”, coreografia Itzik Galili.

 

Una visione della coppia moderna quella che si vede in Mona Lisa del coreografo israeliano Itzik Galili. Rivisita il pas de deux classico in un gioco di feroce e dinamica seduzione, legata ad una musica industriale, basata sui suoni delle macchine da scrivere. Apprezzato per la sua capacità di coniugare astrazione e narrazione in questo gioco di coppia riesce a controbilanciare umorismo, violenza, sensualità e eleganza.

Ad interpretarlo, in occasione de “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani, il bravissimo Friedmann Vogel e la talentuosa Elisa Badenes.

Friedemann Vogel, ballerino tedesco noto praticamente in tutto il mondo! Con il suo grande talento ha raggiunto la fama diventando anche Ballerino Principale della compagnia di ballo tedesca Stuttgart Ballet. Vogel nasce il 1 Agosto 1979 a Stoccarda, in Germania. Della sua infanzia si sa ben poco, se non che è appassionato di ballo sin da quando è un bambino. Friedemann frequenta, infatti, sin da giovane la John Cranko School, una prestigiosa scuola di ballo della città in cui è nato. Incrementa i suoi studi all’Accademia di Danza Classica “Princesse Grasse” di Monte Carlo grazie ad una borsa di studio.
Friedemann Vogel, dagli occhi chiari, dalla chioma castana e dal fisico scolpito, conquista i migliori teatri del mondo. Svolge il ruolo principale per molti balletti tra cui “La bella addormentata”, “Romeo e Giulietta” e “Giselle”. Si esibisce come ospite nelle migliori compagnie tra cui il Teatro della Scala di Milano, Tokyo Ballet, Balletto Nazionale inglese, Vienna State Ballet e tanti altri ancora! A Febbraio 2019 sale sul palco dell’Ariston in compagnia di Francesco Renga, uno dei big in gara della 69° edizione del Festival.

In Italia, si è parlato di lui in modo entusiasmante quando si è dovuto esibire con Eleonora Abbagnato al Teatro dell’Opera di Roma: sia la stampa che il pubblico lo hanno definito “uno straordinario artista”.

Elisa Badenes è nata a Valencia, in Spagna. Lei ha frequentato il Conservatorio Professionale di Danza di Valencia. Al “Prix de Lausanne” nel 2008 ha vinto una borsa di studio per il “Royal Ballet School” in cui si è laureata un anno dopo. Nella stagione 2009/10 Elisa Badenes si è iscritta allo Stuttgart Ballet come apprendista, nel 2010/11 venne inserita nel Corpo di ballo. Venne promossa come Prima Ballerina nella stagione 2013/14.

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Foto: Massimo Danza

Eleonora Sevenard e Denis Rodkin in “Spartacus” pas de deux.

 

Chi non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi Spartaco di che affronta il console romano Crasso.

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Eleonora Sevenard e Denis Rodkin), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Sevenard con un solo braccio, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian.

Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse continuano a goderselo alla grande.

LF Magazine

Foto Massimo Danza