Tatiana Melnik e Bakhtiyar Adamzhan in Le Corsaire (pas de deux, II atto).

Il pas de deux de Le Corsaire è uno dei più famosi di tutto il repertorio del balletto classico.

 

L’ ukraina Iana Salenko e Bakhtiyar Adamzhan, stelle della danza, sono gli straordinari interpreti del celebre passo a due tratto da “Le Corsaire” con la coreografia di Marius Petipa.

Il balletto, basato sul poema “Il corsaro” (The Corsair) di Lord Byron (1814) e musicato da Adolphe Adam, debuttò il 23 Gennaio 1856 all’Académie Royale de Musique di Parigi.

Un grande spettacolo quello dei due danzatori, all’interno della rassegna Les Étoiles Gala Internazionale di Danza con la direzione artistica di Daniele Cipriani.

Deliziosa scoperta Bakhtiyar Adamzhan (Teatro dell’Opera di Astana) i cui salti, elevazione e potenza, hanno totalmente conquistato il cuore degli stupiti spettatori. Tutta la sua esplosiva potenza e versatilità è emersa nel pas de deux portato in scena: accompagnato dalla perfetta Tatiana Melnik (Hungarian State Opera), che è stata sua brillante partner anche nel passo a due dal III atto del Don Chisciotte. Il lavoro di piedi e la velocità nella variazione della Melnik ha tolto il fiato ai presenti, così come la variazione maschile di Adamzhan e la coda conclusiva, che è risultato il pezzo più acclamato dagli spettatori completamente in visibilio.

Il pas de deux de Le Corsaire è uno dei più famosi di tutto il repertorio del balletto classico. Viene interpretato nel repertorio di quasi tutte le compagnie di balletto, grandi e piccole, da ballerini di formazione classica, da studenti avanzati alle prime ballerine e danzatrici premier. Questo duetto spettacolare è il preferito dal pubblico ogni volta e ovunque venga ballato.

Le Corsaire ha subito molte revisioni in Russia, tra cui quelle di Jules Perrot (1858), Marius Petipa (1858, 1863, 1868, 1885, e 1899), Aleksandr Gorskij (1912), Agrippina Vaganova (1931), Pëtr Gusev (1955), Konstantin Sergeev (1972, 1992) e Jurij Grigorovič (1994).

Durante il XIX secolo la partitura di Adam aveva già visto un considerevole aumento di musica addizionale e all’inizio del XX secolo si erano già aggiunti sei compositori diversi: Cesare Pugni, il granduca Pietro II di Oldenburg, Léo Delibes, Léon Minkus, il principe Nikita Trubeckoj e Riccardo Drigo.

Nel ventunesimo secolo Le Corsaire venne rappresentato fondamentalmente in due versioni. In Russia e in Europa, la versione di Pëtr Gusev del 1955, in America e in alcune parti dell’Europa occidentale, la versione di Konstantin Sergeev del 1973. Spesso però vengono presentati come pezzi a parte i suoi brani più famosi: Le jardin animé, il Pas d’esclave, il Grand pas de trois des odalisques e il celeberrimo Pas de deux.

Le Corsaire fu allestito in Russia dal grande maître de ballet Jules Perrot per il Balletto Imperiale (oggi Balletto Mariinskij) per mettere in risalto le doti della ballerina Ekaterina Friedbürg. L’allora giovane Marius Petipa interpretava la parte di Conrad. Perrot sostanzialmente riprese la coreografia originale di Mazilier mentre Petipa, che contribuì all’allestimento del balletto, riscrisse alcune delle danze originali, tra queste il Pas de Éventails del primo atto (nel quale Medora e sei corifee creano un effetto “coda di pavone” con grandi ventagli) e la Scéne de Seduction.

Per la produzione del 1858, Petipa aggiunse un pas de deux, preso dal suo balletto del 1857 La Rosa, la Violetta e la Farfalla, un lavoro scritto sulla musica del granduca Pietro II di Oldenburg. Questo Pas fu aggiunto soprattutto per la ballerina Ljubov’ Radina, che danzò il ruolo di Gulnare e diventò famoso con il titolo di Pas d’Esclave, un Pas d’action drammatico in cui il mercante di schiavi Lankendem mostra agli altri mercanti la splendida schiava Gulnare per venderla.

Jules Perrot se ne andò dalla Russia nel 1858 e Petipa diventò l’assistente del Maître de Ballet del Balletto Imperiale Arthur Saint-Léon. Alla morte di Saint-Léon, nel 1870, Petipa prese il suo posto come Maître de Ballet mantenendo la posizione fino al 1903.

Nel 1863 Petipa presentò una versione completamente nuova de Le Corsaire, allestita soprattutto per la moglie, la Prima Ballerina Marija Surovščikova. Per questa produzione Petipa commissionò nuova musica al primo compositore del Balletto Imperiale, Cesare Pugni. Tra le aggiunte di Pugni notiamo la Mazurka dei corsari del secondo atto, balletto che compare ancora nelle moderne produzioni.

Per l’edizione del 1863, Petipa ampliò il Pas des Odalisques del secondo atto. Originariamente il Pas era solo un valzer di Adam, ma Petipa decise di farlo diventare Pas de Trois nella forma classica composta da Entrée, 3 variazioni e una coda). Il valzer originale di Adam diventò l’Entrée, per le prime due variazioni e la coda si usò musica originale di Pugni, mentre la terza variazione, trasferita da un’altra scena, era di Adam, originalmente scritta per una variazione di Gulnare. Il Grand Pas è danzato ancora oggi.

Quattro anni più tardi a Parigi, Joseph Mazilier uscì dal suo ritiro per montare di nuovo Le Corsaire per la famosa ballerina tedesca Adèle Grantzow e per celebrare l’Esposizione Universale.

Mazilier coreografò ex novo l’intero balletto aggiungendo un Grand Ballabile su musica di Léo Delibes, creato apposta per la Grantzow, noto a quel tempo con il nome di Grand Pas des Fleurs. Il debutto del balletto avvenne il 21 Ottobre 1867 ed ebbe un successo ancora maggiore della prima produzione. Questo sarebbe stato l’ultimo lavoro di Mazilier per il balletto poiché morì di lì a poco, il 18 aprile del 1868. Dopo 81 rappresentazioni, il balletto, alla partenza della Grantzow, fu tolto dal repertorio dell’Opéra e non venne mai più rappresentato sulle scene parigine.

Mentre danzava Le Corsaire a Parigi, Adèle Granztow fu invitata a San Pietroburgo. Per l’occasione Petipa montò un allestimento totalmente nuovo del balletto nella speranza di ottenere lo stesso successo di Parigi. La Grantzow garantì che avrebbe danzato il Grand Pas de Fleurs e aiutò Petipa nel montare la coreografia di Mazilier ma fu molto stupita quando vide i consistenti cambiamenti fatti da Petipa. Non solo, egli cambiò anche il nome del pezzo in Le Jardin Animé, ed è con questo nome che il balletto è arrivato fino a noi. Le Corsaire debuttò all’inizio del 1868 ed ebbe così tanto successo che altre rappresentazioni di altri balletti dovettero essere cancellate per soddisfare le richieste del pubblico.
Nel 1885, Petipa presentò la terza revisione de Le Corsaire creata espressamente per la ballerina Evgenija Sokolova. Il coreografo rifece tutto ancora una volta e aggiunse dei brani di Léon Minkus (Primo Compositore del Balletto Imperiale di San Pietroburgo) al pezzo de Le Jardin Animé in sostituzione di quelli di Delibes.

L’ultima revisione di Petipa, e invero la più importante, venne fatta nel 1899 espressamente per la Prima Ballerina Assoluta Pierina Legnani che danzò Medora con Ol’ga Preobraženskaja nella parte di Gulnare e Pavel Gerdt in quella di Conrad.

Tatiana Melnik è la prima ballerina del Balletto Nazionale Ungherese. In precedenza ha fatto parte del Balletto Stanislavskij. Membro dell’Opera di Stato ungherese dal 2015 come Prima ballerina.
Istruzione e formazione: Accademia di coreografia, Perm (2006)
Concorsi: Concorso internazionale di balletto “Arabesque”: III. premio (2012) International Ballet Competition, Mosca: II. premio (2013)Attività professionale: Russian State Ballet, VM Gordeev (2006-2013) Stanislavsky e Nemirovich-Danchenko Moscow Academic Music Theatre (2013-2015) – solista.

Bakhtiyar Adamzhan Primo ballerino della Compagnia dell’Opera e del Balletto di AstanaNato nella città di Sary-Ozek nella regione di Almaty, si è formato presso l’Almaty Choreographic College intitolato a AV Seleznev (2003-2011). Dal 2011 al 2013 è stato solista presso l’Abay State Academic Theatre of Opera and Ballet. È entrato a far parte dell’Astana Opera come solista nel 2013 ed è stato nominato solista principale nel 2015. Danza ruoli principali in balletti tra cui Spartacus, Lo Schiaccianoci, Notre-Dame de Paris e Don Chisciotte. Bakhtiyar ha vinto numerosi premi, tra cui Gran Premi alle competizioni di balletto di Istanbul (2016), Seoul (2016), Astana (2016), New York (2017) e Mosca (2017).

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Rebecca Storani e Young Gyu Choi in “Le fiamme di Parigi” (pas de deux).

“Un mosaico di grande danza”, così il direttore artistico Daniele Cipriani ha definito il gala cult Les Étoiles che, ha visto, tra gli altri, una virtuosa interpretazione di questo pas de deux.

Il balletto in due atti, ambientato ai tempi della Rivoluzione francese, rivive sul palco con tutta l’esuberante energia e il talento di Rebecca Storani e Young Gyu Choi. Un imperdibile appuntamento consacrato alla musica, alla danza e alla storia, dove il coreografo Vasilij Vajnonen tornò alle origini del balletto per far rivivere alcuni dei più stupefacenti “pas de deux”. Su musiche di Boris Asafiev, l’amore e la libertà fluiscono in uno stesso movimento liberatorio di danza.

Nel creare la coreografia per questo balletto, Vainonen e Asafyev si sono ispirati a molte fonti. Fiamme di Parigi fonde ballate classiche con quelle popolari, pantomimo, esibizioni soliste e scene di gruppo.

Come ulteriore tecnica per riporre la danza classica in questo balletto, Vainonen inventò i ruoli di Mireille de Poitiers e Antoine Mistral, che sono invitati dal re ad esibirsi al banchetto con un pas de deux: il motivo di queste invenzioni è mostrare il loro virtuosismo nel ballare.

Durante la Rivoluzione Francese, Jeanne e suo fratello Jérome lasciano Marsiglia per andare a Parigi a supportare i rivoluzionari. Mentre combattono per la libertà, entrambi incontrano l’amore sulla loro strada.

Davvero pochi balletti possono propriamente rappresentare l’enorme flusso di energia e di fiera passione dei due danzatori in scena con l’accattivante revival di “The Flame of Paris”. Con potente virtuosità e alcuni dei più impressionanti pas de deux, Rebecca Storani e Young Gyu Choi mostrano un’armoniosa grazia che è contenuta a stento dal palcoscenico.

Rebecca Storani 24 anni, ballerina professionista di Narni, svolge con grande passione questa attività sin da quando era bambina. Ha sempre avuto una passione innata per la danza. Così, all’età di tre anni, i genitori decisero di portarla ad una scuola di danza a Terni. Il suo insegnante, Fabrizio Santella, vedendo le sue possibilità e la grande passione, decise di farle fare un provino. Fu così che, a 9 anni, entrò a far parte dell’Accademia Nazionale di Danza a Roma, entrando nel secondo corso preparatorio, ma, trascorso il primo anno, decisero di farle saltare il terzo ed ultimo e mandarla direttamente al primo corso normale, di otto anni totali. Furono anni di sacrifici: per cinque anni, ogni giorno, alla volta di Roma, dopo la scuola, dal pomeriggio alla sera. All’età di 11 anni un gravissimo incidente stradale mise a rischio i suoi sogni e la sua stessa vita. Con tantissimi punti in testa e in altre parti del viso, Rebecca decise di fare comunque gli stage estivi che aveva programmato.
I premi ed i riconoscimenti sono stati molteplici, fra questi, uno ‘speciale’ al Premio delle Belle Arti a Roma riconosciuto dal M.I.U.R. (2009), un altro ‘speciale’ come miglior interprete femminile al Premio Roma ed ancora il primo premio al concorso internazionale di Rieti e la posizione di finalista al Tanzolymp di Berlino (2010). Fu proprio in questo anno che ad uno stage ricevette un invito per andare a studiare alla scuola dell’Hamburg Ballett Schule di Amburgo. Partita da sola all’età di 14 anni per questa nuova esperienza, un anno dopo (2011) è tornata all’Accademia a Roma per completare gli studi. Ha continuato con molti stage e concorsi, per arricchire il più possibile il suo lavoro e studiare con maestri di scuole e tecniche diverse. Ha inoltre ricevuto un premio speciale come miglior talento italiano a Salerno, primi premi ai concorsi Danza Si, Shakespeare in dance, Mad for dance con un premio speciale come miglior talento del concorso (2012), sempre primi premi ai concorsi Unione della danza italiana, Mab concorso Maria Antonietta Berlusconi e di nuovo al concorso internazionale di Rieti, premio come miglior talento del Galà di Livorno e vincitrice dell’IbStage di Barcellona (2013). Quest’ultimo è stato un premio molto importante, perché diede una svolta decisiva alla sua vita. Sempre nel 2013 al concorso Shakespeare in dance, ha ricevuto oltre che il primo premio nella categoria passo a due, anche il primo contratto di lavoro come apprendista al SemperOper Ballet di Dresda, dove ha conosciuto molti coreografi e personaggi della danza. Dopo un altro anno di esperienza in Germania è entrata a far parte della nazionale portoghese nel 2015, Companhia Nacional de Bailado di Lisbona, spesso con ruoli da ballerina solista. Dopo due anni di lavoro a Lisbona, è entrata a far parte del Ballet de Catalunya di Barcellona nel 2017 con ruoli da ballerina principale e solista. E’ stata ospite ai galà in giro per il mondo ballando con primi ballerini e ballerini solisti, come Vadim Muntagirov, Igor Tskirvo (Bolshoi Ballet), Dmitry Zagrebin (Royal Swedish Ballet), Young Gyu Choi (Dutch National Ballet), Flavio Salamanka (Salzburg Theatre), Andras Ronai (Hungarian National Ballet), Leander Rebholz (Royal Danish Ballet) ed altri. Dopo altre produzioni, ci fu uno spettacolo creato apposta da un primo ballerino e coreografo del Dutch National Ballet di Amsterdam Remi Wortmeyer: ‘La ballerina di Picasso’, dove Rebecca interpretava il ruolo principale, ovvero la moglie di Picasso. Fra il pubblico c’era il direttore della compagnia nazionale olandese, che le offrì un contratto per entrare a far parte della sua compagnia. Entraò così ad Amsterdam nel Maggio del 2019 ed iniziò ad essere scelta per cast già molto importanti come solista e una volta da prima ballerina.

Young Gyu Choi ballerino sudcoreano è entrato a far parte del Dutch National Ballet nel 2011 come membro del corpo di ballo. Nel 2013 è stato promosso primo ballerino e successivamente solista. Ha poi ballato ruoli da protagonista in Don Chisciotte e Cenerentola, tra gli altri.

Ha ballato con il Korean National Ballet e l’Universal Ballet Korea, entrambi a Seoul. Su iniziativa di sua madre, ha iniziato a ballare all’età di otto anni. “Non ero proprio entusiasta, ma dopo alcune lezioni mi sono appassionato”, dice. All’età di dieci anni è stato ammesso al corso di danza classica presso la Sun Hwa Arts School in Corea e nel 2006 ha continuato la sua formazione presso la Tanz Akademie di Zurigo, in Svizzera.

Young ha ricevuto un numero impressionante di premi fino ad oggi. Al prestigioso International Ballet Competition di Varna, ha vinto il secondo premio nel 2006 e il primo premio nel 2010. Ha anche ricevuto il primo premio allo Youth America Grand Prix, a New York, nel 2007, e il primo premio al Boston International Competition di 2010. Ad Amsterdam, ha ricevuto l’Alexandra Radius Prize nel 2017. Dalla rivista britannica Dance Dance Europe , ha ricevuto la menzione d’onore “Outstanding performance by a male dancer” nell’Ottobre 2020.

Young si esibisce spesso anche come ballerino principale ospite con importanti compagnie internazionali.

Vasilij Vajnonen Ivanovič ballerino e coreografo russo (San Pietroburgo 1901-Mosca 1964). Allievo della scuola di ballo dei Balletti imperiali, dopo il diploma (1919) entrò a far parte della compagnia del Teatro accademico di Stato d’opera e di balletto (ex Mariinskij) dove eccelse come ballerino di carattere. Debuttò come coreografo negli anni Venti nel corso delle Serate del giovane balletto, che videro anche il debutto di G. Balanchine e L. M. Lavrovskij. Colse il primo grande successo con L’età dell’oro (1930) cui seguirono Le fiamme di Parigi (1932), Gayané (1957) e molti altri. La complessità e l’audace virtuosismo della sua tecnica compositiva e l’uso a fini drammatico-espressivi di elementi del vocabolario coreografico folclorico fanno di Vajnonen una figura chiave nell’evoluzione del balletto sovietico a lui contemporaneo.

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Dorothée Gilbert e Hugo Marchand in “Esmeralda”.

I due danzatori hanno dato vita, nell’ambito de Les Étoiles Gala Internazionale di Danza a cura di Daniele Cipriani, ad un armonioso passo a due di repertorio classico.

Hugo Marchand e Dorothée Gilbert si sono misurati con il passo a due tratto da “Esmeralda” di Petipa e Perrot, basato sul romanzo “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo, ma con un lieto fine molto ‘politicamente corretto’…
“Esmeralda”, è un balletto di repertorio classico, coreografato da Jules Perrot e musicato da Cesare Pugni. La trama si incentra sulla bella Esmeralda, affascinante gitana contesa dal cantastorie Gringoire e dall’arcidiacono Frollo, che sguinzaglia il gobbo Quasimodo per rapirla e tenerla prigioniera. All’atto del rapimento, però, la protagonista viene salvata da Phoebus, bellissimo soldato dal cuore gentile che risparmia Quasimodo su accorata richiesta di Esmeralda. L’incontro tra i due giovani risulta essere il fattore scatenante di un nuovo e possente amore, che spinge Phoebus a scappare con l’amata dopo essere stato lasciato da Fleur de Lys, delusa dal comportamento poco onesto del suo ormai ex promesso sposo. Giunti in una vecchia locanda, Phoebus ed Esmeralda si giurano amore eterno, noncuranti della presenza di Frollo nella stanza attigua. L’arcivescovo dunque, deciso a non lasciare la gitana a nessun altro, accoltella segretamente l’eroe con il pugnale di Esmeralda, accusandola poi il mattino seguente e condannandola quindi a morte. Il finale della storia vede Esmeralda sul punto di essere impiccata, salvata però dal provvidenziale intervento di Phoebus che, curato dalla pugnalata, racconta il vero susseguirsi degli eventi ed uccide, in una colluttazione, il malvagio Frollo.

La prima rappresentazione del balletto avvenne il 9 Marzo 1844, con la mirabile Carlotta Grisi capace di incantare il Her Majesty’s Theatre di Londra. Successivamente le rivisitazioni della coreografia interessarono molti celebri coreografi e ballerini: la versione più famosa è sicuramente quella di Marius Petipa, databile 1886 e messa in scena al Mariinkij di San Pietroburgo. Tra i più noti balletti del repertorio romantico, “La Esmeralda” è stato interpretato da numerose etoile femminili, tra cui la celebre Fanny Essler, acclamata protagonista della prima versione pietroburghese rimontata nel 1858 dallo stesso Perrot. Contributo fondamentale alla crescente celebrità della coreografia, inoltre, fu l’aggiunta di due pas de deux da parte di Petipa nella sua versione pietroburghese. La trama classicamente romantica, con un episodio negativo che non impedisce però al positivo finale di compiersi, si allinea perfettamente con il tentativo russo di proporre al popolo eroi positivi e vincenti, in una silenziosa ma precisa propaganda utilizzata dal regime zarista prima e da quello comunista poi, per inculcare nella mente della popolazione l’amore e l’abnegazione verso la loro Grande Madre Russa.

Dorotée Gilbert, étoile dell’Opéra di Parigi, stella del firmamento di uno dei teatri più prestigiosi al mondo.

Decisa, fin dalla tenera età, a raggiungere il più alto gradino della schiera gerarchica dell’Opéra, Dorothée è stata fin troppo franca nel dichiarare di non avere avuto tutte le qualità richieste ad una ballerina. Ha pubblicato senza problemi le pagelle non proprio brillanti dei suoi anni in accademia. Solo «la rabbia di arrivare» ed una tenacia fuori dal comune, unite ad un lavoro estenuante che non conosceva né Domeniche né vacanze, l’hanno fatta diventare quello che è oggi. Un isolamento dal mondo (studiava a scuola al mattino ed il resto del tempo lo passava a migliorarsi in sala da ballo) da fare traballare psicologicamente in poco tempo chiunque, un isolamento durato ben 6 anni (gli anni passati in accademia).

Passa dunque il messaggio che oggi sa quasi di antico: non importa se non hai le qualità richieste, se ti applichi e ti sfinisci di intenso lavoro, puoi realizzare il tuo sogno. Oggi, che moltissimi ragazzi sono quasi esclusivamente condizionati da YouTuber o influencers che solo in apparenza sembrano avere creato dal nulla un mestiere altamente redditizio, dal facile guadagno, vedo come uno sprone questo racconto. Sotto questo aspetto, l’Opéra è molto dura ma coerente con questo discorso, poiché, ad ogni esame di fine d’anno, non tutti passano al corso successivo e chi non passa é fuori dai giochi.

Hugo Marchand è entrato nella scuola di danza dell’Opera di Parigi nel 2007. Lo abbiamo visto ballare i passi immaginati da Nureyev, Ashton, Kylian, Neumeier, Carlson, Forsythe o Millepied, con grazia e forza espressiva. Il 3 Marzo 2017, mentre la Compagnia era in tour in Giappone con La Sylphide di Pierre Lacotte, Aurélie Dupont, direttrice di danza, lo ha nominato star alla fine dello spettacolo, premiando un solista preciso e sensible, dalla tecnica solida ed un ballo di qualità. È anche La Sylphide che chiuderà la stagione del Palais Garnier, una stagione che costituisce per Hugo Marchand il culmine di molti anni di lavoro e l’inizio di un bellissimo percorso da star in prospettiva.

“Decidere di ballare è stata una rivelazione spirituale, un bisogno fisico ed emotivo, un seme che germoglia … Abbiamo tutti la stessa ansia, quella di deperire fisicamente”, preoccupa Hugo Marchand. Perché per un ballerino di questo calibro l’esercizio deve essere quotidiano, si nota una giornata senza allenamento. E anche se l’autodisciplina è una qualità essenziale a questo livello, è necessario riuscire a motivarsi in condizioni tutt’altro che ottimali: librarsi, saltare, virare sono tutti movimenti che richiedono spazio e terreno adeguati. Si tratta quindi di fare il meglio organizzandolo in modo positivo. È così che Hugo Marchand, in epoca di Covid, si allena in videoconferenza con sette colleghi, sotto la direzione dell’ex ballerina Florence Clerc. Ogni giorno di questo confino, alle 11.00, il gruppo impone esercizi ad alta quota in mezzo ai tavoli da pranzo e ai divani in un’atmosfera di classe, dove le risate si mescolano all’energia e alla serietà della disciplina. Con un obiettivo imperturbabile, tornare in buona forma dopo la reclusione per restituire al pubblico questo incanto della danza.

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Anna Tsygankova e Constantine Allen in “Duet”.

Ad interpretare alcuni tra i duetti andati in scena nell’ambito de “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani, ci sono state tra le étoile più appassionanti del momento come Anna Tsygankova e Constantine Allen.

“Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani, ha permesso di vedere concentrati in un unico spettacolo i brani più sensazionali del repertorio di tradizione, ad esempio passi a due tratti da Il lago dei cigni, Don Chisciotte, Il Corsaro, Diana e Atteone, insieme a brani dei grandi coreografi del Novecento come Balanchine, o altri di sofisticata modernità firmati da coreografi sulla cresta dell’onda oggi, come Christopher Wheeldon.
Ad interpretare alcuni tra questi duetti ci sono state tra le étoile (il termine francese che significa stella e con cui vengono tradizionalmente definite, appunto, le stelle del balletto) più appassionanti del momento, provenienti dai maggiori teatri del mondo.
“Sono come tante tessere di squisita fattura che, tutte insieme, formano un magnifico mosaico in movimento”, ha affermato Cipriani, sottolineando i “virtuosismi sulle punte e in volo” che sono diventati sinonimi di Les Étoiles e che non mancano mai di mandare in visibilio il pubblico. Ad eseguirli, nel caso specifico, Constantine Allen e Anna Tsygankova del Balletto Nazionale Olandese, compagnia più giovane, ma che, in mezzo secolo di esistenza, è divenuta una delle maggiori del mondo. E anche una delle più internazionali, tant’è vero che tutti i ballerini provenienti dalla compagnia di Amsterdam sono originari di quattro paesi (e tre continenti) diversi, tra cui anche l’Italia.
A coreografare i momenti di danza più memorabili, come detto, Christopher Wheeldon, ex ballerino britannico.
Wheeldon ha cominciato a studiare danza all’età di otto anni, prima di specializzarsi alla Royal Ballet School tra gli undici e i diciotto anni. Nel 1991 si unì al Royal Ballet e nello stesso anno vinse il Prix de Lausanne. Nel 1993, all’età di diciannove anni, si trasferì a New York dove si unì al New York City Ballet, in cui fu promosso solista nel 1998. Due anni dopo terminò di esibirsi come ballerino per dedicarsi esclusivamente all’attività di coreografo, intrapresa nel 1997.

Tra il 2001 e il 2008 fu il coreografo residente del New York City Ballet, per il quale coreografò numerosi balletti di grande successo di critica e pubblico. In parallelo all’attività a New York, Wheeldon coreografò opere per altre compagnie, tra cui il Royal Ballet, il San Francisco Ballet e il Balletto Bol’šoj. Nel 2006 ha fondato una propria compagnia, la Morphoses/The Wheeldon Company, che si è affermata su entrambe le sponde dell’Atlantico con frequenti rappresentazioni al New York City Center e al Sadler’s Wells di Londra.

Nel 2011 ha curato le coreografie per Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland), il primo balletto originale commissionato dalla Royal Opera House in oltre vent’anni; il balletto fu accolto positivamente da critica e pubblico, tanto che nel 2014 Wheeldon coreografò un nuovo balletto per Covent Garden, The Winter’s Tale, tratto dall’omonimo romance di Shakespeare. The Winter’s Tale valse a Wheeldon il suo terzo Prix de Lausanne nel 2015, due anni dopo aver vinto il suo secondo Prix per la sua Cenerentola all’Het Nationale Ballet. Nel 2015 ha vinto il Tony Award alla miglior coreografia per il musical An American in Paris a Broadway.

Wheeldon è stato nominato Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 2016 New Year Honours per “servizi volti a promuovere gli interessi e la reputazione della danza classica e teatrale britannica in tutto il mondo”.

Wheeldon ha grande gusto unito ad una varietà notevole di strumenti coreografici. Sebbene si tratti di un balletto, il linguaggio del movimento è lontano dalla pura tecnica di esso. Il coreografo seleziona da una molteplicità di stili, generi e tecniche di danza. Vediamo elementi del balletto americano contemporaneo e del XX secolo nei dettagli angolari e geometrici che impreziosiscono i duetti stessi: piedi flessi, ginocchia piegate.

Wheeldon realizza idee di movimento che lo intrigano e le reinventa in qualcosa di completamente nuovo e incontaminato. Guardare la sua coreografia svolgersi sul balletto, suscita piccoli sospiri, cenni di riconoscimento, meraviglie e sorprese. I sui pas de deux sono squisiti. I ballerini si intrecciano e si srotolano in archi vorticosi e sinuosi di continuo movimento che non si sente forzato o prezioso ed emette sentimenti di ardente connessione.

L’attenzione meticolosa ai dettagli nella narrazione non si basa sulle tecniche del XIX secolo, ma su normali gesti conversazionali che dimostrano come il linguaggio del corpo, la postura e pochi gesti ben posizionati possano trasmettere idee ed emozioni complesse. Qui è dove Wheeldon è il migliore: illuminare una storia intricata e antica e infondervi nuova vita.

Anna Tsygankova nasce a Novosibirsk, in Russia, dove inizia la sua formazione e la sua carriera di ballerina.

Si forma presso l’Accademia di balletto di Novosibirsk e l’Académie de Danse Classique Princesse Grace di Monte Carlo. Sotto la guida di Raisa Struchkova, danza con il celebre Bolshoi Ballet, oltre che con il Balletto Nazionale Ungherese – dove si esibisce ancora regolarmente come artista ospite – e il Ballett der Wiener Staatsoper.

Nel 2007 si trasferisce ad Amsterdam dove entra a far parte del Balletto Nazionale olandese come prima ballerina.

Numerosi i premi e riconoscimenti già ottenuti. Prix de Lausanne, 1995 (medaglia d’argento), International Ballet Competition 1996 (medaglia di bronzo), Alexandra Radius Prize, 2007. La rivista Dance Europe l’ha nominata “ballerina eccezionale dell’anno 2010” per la sua performance “Sarcasmen” di Hans van Manen. Nel mese di aprile 2014, ha vinto il Grand Prix al Dance Open Festival di San Pietroburgo.

Sul trasferimento dalla Russia all’Olanda e su quanto questo abbia inciso sulle sue performance di danza, ha dichiarato:

“Lasciata la Russia, ho scoperto immediatamente uno stile meno teatrale che mi permetteva di esprimermi diversamente: un cambiamento drastico. Era come permettere al pubblico di vedere me stessa e i miei sentimenti senza filtri. Sul palco mostro me stessa senza aver paura di non essere abbastanza bella in certi momenti.

Sono felice dello stile russo delle mie braccia. In Europa, poi, ho iniziato a usare i miei piedi in modo diverso… e anche loro hanno iniziato a parlare. Ho scoperto che ogni muscolo del mio corpo può parlare. Non posso definirmi una tipica ballerina russa. Nemmeno una ballerina puramente occidentale. Ecco perché mi sento una sintesi fra stili diversi.”

Constantine Allen è nato a Indianapolis, negli Stati Uniti. Trasferitosi quasi subito alle Hawaii, ha apprezzato il musical Cats all’età di quattro anni. Rimase letteralmente incantato e quando calò il sipario, capì che voleva diventare un ballerino. Dall’età di cinque anni, ha preso lezioni di danza classica e poi ha studiato alla Pacific Ballet Academy di Honolulu e al Ballet Hawaii.

Nel 2007 ha vinto la medaglia di bronzo alle finali del Gran Premio americano della gioventù a New York e una borsa di studio per studiare alla Kirov Ballet Academy di Washington. Nel 2010 ha proseguito gli studi presso la John Cranko Schule di Stoccarda. Nel 2011, Constantine ha vinto il Grand Prix al concorso Tanzolymp di Berlino.

Dopo la laurea, nel 2012, è entrato a far parte dello Stuttgarter Ballett come membro del corpo di ballo. Sei mesi dopo, è stato promosso a solista e nel 2014 è stato promosso a primo ballerino. Nel 2017 è passato a Les Grands Ballets des Canadiens.

Nel Febbraio 2018, Constantine è stato ospite principale del Dutch National Ballet nel Don Chisciotte di Alexei Ratmansky. Sei mesi dopo, è entrato a far parte della compagnia come primo ballerino. La rivista britannica Dance Europe lo ha menzionato sia nel 2019 che nel 2020 nella sua annuale Critics ‘Choice, nella categoria ‘Outstanding performance by a male dancer ‘.

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Tommaso Beneventi, Rachele Buriassi e Giacomo Castellana in “Dance Macabre”.

“Eleonora Abbagnato con le Stelle Italiane nel Mondo”, Gala a cura di Daniele Cipriani, ha riunito sulla scena del Festival di Spoleto l’eccellenza italiana nel mondo.

Sono tantissimi gli artisti italiani impegnati nelle maggiori compagnie di danza del mondo: étoile, coreografi e giovani talenti che brillano nei più importanti teatri, dall’Opéra de Paris al New York City Ballet, dal’English National Ballet di Londra al San Francisco Ballet. Le loro biografie sono storie di tenacia e dedizione, segnate da svolte e spirito d’avventura. Nella loro danza c’è il racconto dell’emigrazione artistica italiana: viaggi individuali e vincenti verso l’eccellenza.
A queste eccellenze italiane nel mondo, che hanno conquistato il pubblico internazionale, è stata dedicata una serata-evento unica, ideata per il Festival dei Due Mondi. A guidare questo gruppo di stelle, Eleonora Abbagnato, protagonista di una delle più avvincenti storie di successo come artista italiana all’estero, oggi étoile di uno dei maggiori teatri del mondo, l’Opéra di Parigi, e direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma.
Il programma ha spaziato dal grande repertorio classico a brani firmati da grandi coreografi dei nostri tempi, fino alle creazioni originali di giovani autori italiani. Un’occasione per ammirare la danza che già conosciamo e amiamo, espressa ai massimi livelli tecnici e interpretativi, ma anche per scoprire un nuovo e originale segno coreografico, di matrice italiana, che sta maturando e crescendo nel mondo.
In questi scatti, possiamo ammirare alcuni attimi di “Danse Macabre”, brano sulle note di Saint-Saëns, appositamente creato per l’evento di Spoleto da Francesco Ventriglia, già direttore artistico del New Zealand Ballet, oltre che coreografo internazionale e direttore artistico aggiunto, oggi, del Ballet Nacional Sodre (Uruguay).
Splendidi ed intensi gli interpreti, Rachele Buriassi, già apprezzata solista del Boston Ballet, Giacomo Castellana, brillante solista dell’ Opera di Roma e Tommaso Beneventi, giovane talento del Royal Swedish Ballet.

“Danza Macabra” op. 40 (Danse macabre) è un breve poema sinfonico composto nel 1874 da Camille Saint-Saëns che nacque come Chanson (voce e pianoforte) e fu successivamente strumentata. La “Danse Macabre” è stata eseguita per la prima volta il 25 Gennaio 1874 ai Concerts Colonne di Parigi, dove qualche settimana prima era stato presentato il “Phaéton op. 39”, il secondo lavoro del genere di Camille Saint-Saëns.

Tra le numerose fonti d’ispirazione – la danza macabra, amata dall’iconografia medievale, fu già soggetto ispiratore di musiche (Totentanz di Liszt, ad esempio) e trasfigurazioni letterarie (come La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe) – il compositore si rivolse al poemetto grottesco scritto da Henri Cazalis sulla scorta della rinomata ballata di Goethe, che aveva creato una scena parodistica in cui la morte suonava un violino scordato in un cimitero.

La musica di Saint-Saëns non accoglie le ordinarie suggestioni demoniache ma prende le mosse dall’originale rilettura per cercare il “caratteristico” in una strumentazione ammiccante e spiritosa.

I dodici rintocchi della mezzanotte sono eseguiti pizzicando una corda d’arpa (quella del Re).

Si odono strani passi nel cimitero, riprodotti da un contrabbasso pizzicato e allora appare la Morte che suona il violino. Il violino della Morte, oltre ad avere la corda più alta “scordata” appositamente, suona anche in tonalità diversa: infatti esegue degli accordi di Mi minore, mentre il brano è in Mi maggiore. Questo tema, il tema del richiamo, rappresenta la Morte che accorda il violino.

Il tema A rappresenta i corpi dei defunti che si levano dalle tombe. Inizia con un’introduzione “spettrale” del flauto accompagnato dall’arpa per poi passare agli archi. Una terzina di timpani e riappare la Morte che comincia a suonare la sua lamentosa melodia con il suo violino scordato. Gli scheletri escono dalle tombe: sono rappresentati dal flauto e dopo la loro introduzione sulla scena riappare il violino della Morte. Avvolti in bianchi sudari si mettono a ballare forsennatamente: questa scena è descritta dal violino e dall’orchestra, sotto i rintocchi cadenzati del triangolo e dei timpani, tutti in fortissimo.

La danza vera e propria è formata da contrabbassi e violoncelli (sempre in fortissimo) che ripropongono il tema B inframmezzati da suoni “animaleschi” degli ottoni: le grida e le risa dei defunti. Nel quadro successivo riappare il tema A suonato dal violino scordato della Morte e a intervalli si presenta lo xilofono, una rappresentazione comica del rumore secco delle ossa degli scheletri che danzano. Il tema B diventa una fuga, una variazione sul famoso tema del Dies irae, suonato da tutta l’orchestra e poi presentato prima dai legni e poi dai tromboni. Un’altra variazione sul tema B: introduzione del violino, passaggio ai legni, ritorno al violino e ripresa da tutti gli archi. Il silenzio è rotto dalla Morte che riprende a suonare prima il tema A e poi il tema B, sotto forma di canone, presentato da violino, trombe e xilofoni. A questo segue un breve tema di passaggio eseguito dall’orchestra al completo, poi decrescere in un pianissimo: l’orchestra ripropone frammenti del tema A interrotti dal rullare in crescendo dei timpani. Il tema passa poi alle trombe.

Inizia un folle crescendo: gli archi imitano le folate del vento mentre il violino scordato suona di nuovo il tema A e il tema B (quest’ultimo variato): il crescendo arriva a un fortissimo, fatto dalla sovrapposizione del tema A suonato dagli archi e del tema B, riproposto dagli ottoni, il tutto scandito dall’assordante esplodere degli archi. Persino il vento (rappresentato ancora dagli archi) si unisce al coro degli spiriti (orchestra).

Improvvisamente si arresta tutto. Si sente solo un oboe, che rappresenta il canto del gallo, ovvero l’alba. Un rabbioso colpo di timpani e il tremolo d’archi segna la fine della ridda e la Morte, vinta dall’arrivo dell’alba, suona il tema conclusivo con il suo scordato violino. La scena (e la composizione) si conclude con un pizzicato d’archi.

LF Magazine
Foto: Massimo Danza

Dorothée Gilbert e Hugo Marchand in “Amovéo”.

Un altro intenso passo a due svoltosi nell’ambito de “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani.

Hugo Marchand e Dorothée Gilbert, étoiles dell’Opéra di Parigi, hanno interpretato “Amovéo”, una magnifica coreografia di Benjamin Millepied, fluida composizione minimalista su musica di Philip Glass. Benjamin Millepied, ballerino e coreografo francese, marito dell’attrice americana Natalie Portman, ne ha realizzato anche i costumi coadiuvato da Paul Cox.

Il palcoscenico che ha ospitato la performance è quello del tradizionale gala internazionale di danza “Les Etoiles” curato da Daniele Cipriani, l’appuntamento tanto seguito dagli appassionati dell’arte coreutica.

Dorothée Gilbert, è nata il 25 Settembre 1983 a Tolosa. Dopo aver iniziato nel 1990 all’età di sette anni a ballare al Conservatorio di Tolosa, nel 1995 viene ammessa alla scuola di ballo dell’Opéra di Parigi e nel 2000 entra nel corpo di ballo. Viene nominata étoile il 19 novembre 2007, all’età di 24 anni, al termine di una performance alquanto insolita de “Lo Schiaccianoci”, unica per ambientazione e senza costumi, a causa di uno sciopero.
Acclamata per la sua impareggiabile tecnica e per la qualità del suo lavoro tipica della scuola francese, da allora è stata regolarmente invitata a serate di gala internazionali. All’inizio della sua carriera ha spesso diviso il palco dell’Opéra di Parigi nel balletto “Giselle” con un’altra giovane star, Mathias Heymann, ed anche durante i tour mondiali a Monaco e Tokyo.

Dorothée Gilbert presta regolarmente la sua immagine anche alla moda. “La moda mi piace, mi diverte e allo stesso tempo prendo sul serio questo ruolo”. Appare su riviste come L’Express Styles (fotografata con altri ballerini famosi da Philippe Robert nel 2008 e da Gianluca Fontana nel 2014), Madame Figaro o anche M le magazine du Monde (serie con ballerini famosi, fotografata da Sean & Seng nel 2015). Evoca così il suo interesse per il mondo della fotografia di moda: “Trovo affascinante il mondo della pubblicità, come credo tutte le donne. Mi piace la moda, mi piace quando le donne sono sublimate nelle foto, quando sono davvero evidenziate nei video. Lo trovo bellissimo, è come un’opera d’arte. E poi è sempre positivo per una donna vedersi bella. Non ci amiamo necessariamente ogni giorno. Vedersi ben composte, ben preparate, ben evidenziate, con una bella illuminazione, è piacevolissimo”.

Nel 2012 è diventata, dopo Marie-Agnès Gillot, la musa della maison Repetto e nel 2013 l’ambasciatrice del suo primo profumo. Giustifica così la sua scelta di collaborare con il brand: “Quando sei un primo ballerino, fuori dalla ristretta cerchia degli spettatori abituali, rimani anonimo. Diventare ambasciatore di Repetto mi rende visibile, ma rende anche visibile la danza. Più ne parliamo, meno cliché ci saranno”. È diventata anche il volto del marchio Piaget nel 2015.

Hugo Marchand, è nato il 7 Dicembre 1993 a Nantes. Ha iniziato a ballare all’età di 9 anni al Conservatorio di Nantes, dove ha beneficiato dell’insegnamento di Marie-Elisabeth Demaille, ex ballerina dei Ballets du Rhin. Ha continuato la sua formazione grazie all’orario flessibile del College Victor Hugo di Nantes e ha ottenuto la medaglia d’oro al Conservatorio di Nantes all’età di 13 anni. È stato ammesso alla scuola di ballo dell’Opéra di Parigi nel 2007 ed è entrato a far parte del corpo di ballo nel 2011. È stato promosso Coryphée nel 2014 e raggiunge il grado di premier danseur nel 2016. Il 3 Marzo 2017, al termine della performance de La Sylphide durante una tournée a Tokyo, è stato nominato primo ballerino da Aurélie Dupont, direttrice del balletto.

Ha interpretato i suoi primi ruoli importanti in “Lo schiaccianoci” di Rudolf Nureyev e “La storia di Manon” di Kenneth MacMillan. ha poi ballato nel ruolo di Solor in “La Bayadère” ed è Romeo in “Romeo e Giulietta” nel Marzo 2016. E’ Oberon nel “Sogno di una notte estiva” di Balanchine nel 2017 e James in “La Sylphide” di Pierre Lacotte a Marzo e Luglio 2017.

Oltre ai balletti classici, Hugo Marchand si distingue anche nel repertorio contemporaneo: “The Anatomy of Sensation” di Wayne McGregor, “Clear, Loud, Bright, Foward” e “La nuit s’achève” di Benjamin Millepied, “Blake Works I” e “Herman Schmerman” di William Forsythe, “Sinfonia di Salmi e Catrame e Piume” di Jiří Kylián, “Variazioni Goldberg” di Robbins e “Thème et Variations”, “Duo Concertant”, “La Valse e Violin Concerto” di Balanchine.

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Eleonora Sevenard e Denis Rodkin: “Il Lago dei Cigni”, Pas de deux del Cigno Nero, III atto.

Il lago dei cigni costituisce un capolavoro di coerenza stilistica; tuttavia, dopo la revisione di Drigo e Petipa, è nel III atto che tutto cambia, in corrispondenza dell’apparizione di Odile (il cigno nero).

Arrivano dal prestigioso Teatro Bolshoi di Mosca, Eleonora Sevenard e Denis Rodkin: sono la coppia romantica del momento, recentemente ritratti insieme sulla copertina di un noto magazine italiano. Russi entrambi, giovani e bellissimi… L’amore è seduzione e inganno nel “Pas de deux del Cigno Nero” (coreografia di Marius Petipa, musica di Piotr Ilič Čaikovskij), tratto da Il lago dei cigni, uno dei più famosi ed acclamati balletti del XIX secolo.
Il libretto è ispirato a una fiaba popolare la cui vicenda di base è diffusa in molti paesi europei e racchiude tutta la meraviglia dei simbolismi, che in età romantica si accompagna a personaggi mitici e un chiaro intento morale. Il risultato della collaborazione tra gli artisti è un balletto indimenticabile dai caratteri molto ben marcati: una fanciulla trasformata in cigno bianco in seguito a una maledizione (Odette), un principe (Siegfried), un cigno nero malvagio (Odile), figlio d’uno stregone (von Rothbart); la lotta del bene contro il male e un finale alterno che si gioca tra il trionfo dell’amore e quello della morte.
Il palcoscenico che ha visto rappresentato il ‘passo a due’ è stato quello dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, che ha accolto “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” con la direzione artistica di Daniele Cipriani.
Il lago dei cigni costituisce un capolavoro di coerenza stilistica; tuttavia, dopo la revisione di Drigo e Petipa, è nel III atto che tutto cambia, in corrispondenza dell’apparizione di Odile (il cigno nero); estetica, danza, scelte musicali (incluse alcune nuove inserzioni e interpolazioni rispetto ai numeri originali) producono una svolta di 180 gradi al fine di preparare il momento cuspide del balletto.
Mentre nel II atto i personaggi sulla scena si limitano ai cigni, Odette e il principe, che esaltano l’estetica del bianco quale colore dominante, e la musica si concentra su di un’atmosfera di lirica serenità, in quello successivo si alternano sin dall’inizio fastose scene corali e scontri drammatici dei caratteri individuali (la musica accompagna prodigiosamente la nuova situazione drammaturgica, ma è necessario ricordare che quasi tutti i numeri musicali previsti per il famoso Pas de deux di questo atto in realtà furono composti da Chaikovsky per l’analogo Pas des deux del I atto: furono Petipa e Drigo a trasferirli a questo punto).
Il III atto è il momento in cui subentra l’elemento diabolico e magico del cigno nero: il contrasto rispetto ai quadri precedenti si fa evidente, con uno scontro bianco-nero che resta dominante fino alla fine.
Il cambiamento più notevole nella struttura musicale riguarda, come si è già accennato, il Grand Pas des deux del III atto, ossia il momento in cui il Cigno nero (Odile) si esibisce in voluttuose e funamboliche variazioni al fine di avvincere Siegfried e allontanarlo da Odette.
Drigo, oltre ad aggiungere una nuova coda al Grand Adagio e a interpolare altri materiali di Chaikovsky, rivide completamente l’orchestrazione. Non si trattò affatto di una banalizzazione, giacché Drigo cercò di tradurre in musica (rivisitata o sua) il progetto coreografico di Petitpa, che a sua volta aveva sfruttato tutte le risorse della partitura originale. Per esempio, nella coreografia del Pas des deux di Petipa non sono previsti movimenti di cigno per Odile: il personaggio doveva, più che imitare le movenze di Odette, far gioco sulle proprie abilità di incantatrice, lontane dalla mimesi del nobile animale. Anche nell’ambito coreografico i dati della tradizione sono molto complessi: Petipa scrisse la coreografia di questa struttura intitolandola Pas de deux à quatre demi d’action, per poi concentrarsi sulle variazioni femminili di Odile, interpretata da Pierina Legnani. Le variazioni maschili, invece, furono scritte direttamente dal primo interprete, come si usava all’epoca; non è accertato, comunque, che quelle fissate da Alexander Gorsky (partner della Legnani) nel 1899 corrispondano a quelle offerte alla prima del 1895. Un dato è certo: le Variazioni del Principe Sigfrido che ancora oggi si eseguono nella maggior parte dei teatri del mondo, si attribuiscono a Vakhtang Chabukiani, che per primo le interpretò nel 1932 (secondo alcuni studiosi è anche possibile che le avesse apprese da Gorsky).
Comunque sia, l’esito più spettacolare del Grand Pas des deux furono – e continuano a essere – i 32 fouettés en tournant, che Pierina Legnani eseguì per prima su di un palcoscenico russo. Già nel 1895 ella aveva introdotto la successione di 32 fouettés nella Cenerentola di Enrico Cecchetti e Lev Ivanov del 1893. Evidentemente Petipa intuì che a conclusione del Pas des deux del Lago dei cigni era necessario un numero di prodigiosa bravura e dall’esito spettacolare che soltanto questo ritrovato poteva conseguire, anche per evidenziare il carattere diabolico del cigno nero (fouetté significa letteralmente “colpo di frusta”: è lo slancio che permette al corpo di continuare a girare su sé stesso. Lo stesso slancio deve essere equilibrato, perché se è eccessivo può sbilanciare il movimento. La forza di base risiede nella caviglia, che per 32 volte sale e scende in corrispondenza dello slancio e del movimento rotatorio). Le ballerine dell’epoca offrivano spesso 12 o 14 giri, che già costituiscono una prova virtuosistica notevole; ma la Legnani stracciò tutto questo raggiungendo il numero di 32. Secondo Alexander Shiryaev, inoltre, ella si produsse in “arabesque fouettés”, vale a dire che eseguì i giri nella modalità en dedans (letteralmente “in dentro”: la gamba libera dal peso del corpo descrive un semicerchio con la punta, iniziandolo dietro e finendolo davanti) e non en dehors come si eseguono oggi (letteralmente “in fuori”: la gamba libera dal peso del corpo descrive un semicerchio con la punta iniziandolo davanti e finendolo dietro).
Visto che il III atto è il momento chiave dell’azione, e visto che – al tempo stesso – non esiste una versione autentica riconducibile al compositore e al coreografo della première, risulta di conseguenza che ogni nuovo coreografo tenda a rielaborare, se non a ricostruire sensibilmente, una personale fisionomia del III atto, a partire dal montaggio dei pezzi e delle relative variazioni. Per tutto questo, è di grande interesse analizzare le versioni di alcuni coreografi, elaborate per le compagnie di più lunga tradizione e di più celebrato prestigio.

Eleonora Sevenard stella nascente tra le ballerine della sua generazione è Solista del Teatro Bolshoi di Mosca. Bellezza delicata dallo sguardo conturbante, talento artistico appena sbocciato, in Russia “Elya” è una celebrity: per la sua discendenza da Matilda Kshesinskaya, “la ballerina dello zar”, e per il suo legame sentimentale con Denis Rodkin, avvenente Primo ballerino del Teatro Bolshoi. Coppia di scena e di vita, protagonisti della mondanità artistica moscovita, i due si sono fatti notare anche a Roma, dove hanno danzato al Gala internazionale di danza Les Étoiles di Daniele Cipriani: folla di fans e fotografi ad attenderli alla stage door dell’Auditorium Parco della Musica e poi ospiti della Fondazione Alda Fendi “Esperimenti” per un ricevimento dopo spettacolo. Un incontro segnato dal destino quello tra i due ballerini, avvenuto la prima volta molti anni fa, quando lei era ancora allieva – fuoriclasse – dell’Accademia Vaganova di San Pietroburgo.
Eleonora iniziò a ballare per gioco, all’età di 3 anni, a 9 entrò in accademia per volere della madre che adorava il balletto. Non era la migliore, fino al 5° anno di corso, quando le prese una sorta di orgoglio ad ottenere il massimo. Il direttore la notò e le diede molte occasioni: danzò a Parigi, Tokyo, Londra, anche ad un Gala di scuole al Teatro alla Scala. Proprio durante uno spettacolo di fine anno Denis la vide ballare: aveva solo 15 anni, lui era già famoso. Denis ed Eleonora si ritrovano quando lei, appena diplomata, entra al Balletto Bolshoi. Erano con la compagnia in Grecia con Lo Schiaccianoci e Eleonora sostituì la sua partner infortunatasi. Si sa com’è: in tournée si passa tanto tempo insieme, provando gli spettacoli e visitando le città. È così che Eleonora e Denis si sono innamorati. Una scelta felice: sin dalla prima stagione le furono affidati ruoli da solista e via via da protagonista.
LF Magazine
Foto: Massimo Danza

 

Stella Abrera e Robert Fairchild in “Apollo” – Pas de deux.

In occasione del “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani, i due ballerini, esibitisi per la prima volta insieme, hanno deliziato il pubblico in una armoniosa coreografia di George Balanchine.

La coppia, Stella Abrera e Robert Fairchild, entrambi provenienti dagli Usa, per la prima volta sul palco insieme in occasione de “Les Étoiles, gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani, ha danzato in una rigorosa interpretazione in bianco di un neoclassico, “Apollo”.

Apollo è un balletto suddiviso in due tableaux, composto tra il 1927 e il 1928 da Igor Stravinsky. Fu coreografato nel 1928 dal ventiquattrenne George Balanchine, con il compositore che contribuì al libretto. Le scene e i costumi sono stati disegnati da André Bauchant, con i nuovi costumi di Coco Chanel nel 1929. La scenografia è stata eseguita da Alexander Shervashidze, con costumi sotto la direzione di Mme. A. Youkine. La mecenate americana Elizabeth Sprague Coolidge aveva commissionato il balletto nel 1927 per un festival di musica contemporanea che si sarebbe tenuto l’anno successivo presso la Library of Congress di Washington, DC.

La storia è incentrata su Apollo, il dio greco della musica, che viene visitato da tre Muse: Tersicore, musa della danza e del canto; Polyhymnia, musa del mimo; e Calliope, musa della poesia. Il balletto prende come soggetto l’ antichità classica, sebbene la sua trama suggerisca una situazione contemporanea. Si occupa della reinvenzione della tradizione, poiché la sua ispirazione è barocca, classica o addirittura post-barocca /rococò /galante.

Viene eseguito per orchestra da camera di 34 strumenti ad arco.

Il pas de deux, di Apollo e Tersicore, nello specifico, è stato definito il culmine melodico-lirico del balletto. Lo è sicuramente anche dal punto di vista della coreografia con un avvicinamento progressivo dei due personaggi che, partendo dallo sguardo, man mano che entrano i diversi strumenti, arrivano a tenersi per mano.

Sul ritmo dato dal pizzicato dei violini, si alternano gli arabesque penchée della musa e la camminata alla “Charlot”. Su questo ritmo Tersicore viene fatta scivolare in spaccata a terra, per poi essere risollevata in arabesque.

Sullo stesso ritmo Apollo esegue dei demi-tours con la musa sollevata. Tersicore riempie lo spazio tra la lunga e l’inizio della breve (come fanno i pizzicati dei contrabbassi) con movimenti delle braccia.

Sugli accordi finali vediamo il formarsi dell’ultima figura di questo pas de deux. I due ballerini sono in cambré e Apollo accoglie Tersicore nel suo arco, formando, con lei, un’unica figura.

Stravinsky ha scritto per un insieme omogeneo di strumenti ad arco, sostituendo i contrasti dinamici ai contrasti timbrici impiegati in PulcinellaIl balletto si ispira alla grande tradizione della musica francese del XVII e XVIII secolo, in particolare quella di Lully, fonte a cui Stravinsky tornò quando compose Agon nel 1957.

Il prologo inizia con ritmi puntati nello stile di un’ouverture francese. Il lavoro si basa su una cellula ritmica di base, presentato all’inizio del lavoro, che Stravinsky trasforma per suddivisioni di valori successivi che diventano sempre più complessi. Stravinsky ha rivisto leggermente la partitura nel 1947. Nel 1963, ha voluto apportare ulteriori modifiche.

In accordo con i desideri di Stravinsky, lo stile di danza era essenzialmente classico, e Stravinsky pensava che “Apollon musagète” fosse un balletto bianco, cioè vestito nel tradizionale bianco minimale. Balanchine in seguito ha detto che quando ha ascoltato la musica di Stravinsky, tutto ciò che poteva vedere era un bianco immacolato. La chiarezza, la calma, persino la serenità della musica la fanno sembrare infinitamente lontana dalla vivace eccitazione dei primi balletti di Stravinsky. L’evitamento di qualsiasi conflitto nello scenario, di qualsiasi intento narrativo, psicologico o espressivo, è stato ulteriormente accompagnato dai costumi monocromatici per i ballerini e dall’assenza di elaborate scene sul palco.

Gli scenari e i costumi per la produzione di Balanchine erano dell’artista francese André Bauchant. Coco Chanel fornì nuovi costumi nel 1929. Apollo indossava una toga rielaborata con un taglio diagonale, una cintura e allacciata. Le Muse indossavano un tutù tradizionale . La decorazione era barocca: due grandi gruppi, con alcune rocce e il carro di Apollo. Nella danza riemerse un certo accademismo nello stiramento e nel salto verso l’alto del corpo, ma il Balanchine piegò gli angoli delle braccia e delle mani per definire invece il genere del balletto neoclassico.

Lo scenario prevedeva la nascita di Apollo, le sue interazioni con le tre Muse, Calliope (poesia), Polyhymnia (mimo) e Tersicore (danza e canto) e la sua ascesa come dio al Monte Parnaso.

Per un revival con Mikhail Baryshnikov come Apollo nel 1979, ha anche omesso la prima variazione di Apollo e ha ri-coreografato il finale del balletto. Questa revisione si è conclusa non con l’ascesa di Apollo al Monte Parnaso, ma piuttosto con lo spostamento del tableau “pavone” delle Muse in arabeschi di altezza crescente accanto ad Apollo, che originariamente era avvenuto leggermente prima, fino alla posa finale. Nella messa in scena del 1980 per il New York City Ballet , la prima variazione di Apollo fu restaurata.

Suzanne Farrell ha restaurato la scena della nascita per la sua compagnia nel 2001, così come Arthur Mitchell per la sua performance al Dance Theatre di Harlem al Symphony Space ‘s Wall to Wall Balanchine in concomitanza con il centenario Balanchine del City Ballet e Iain Webb per The Sarasota Ballet ‘s Tribute to Performance di Nureyev nel febbraio 2015 (messa in scena da Sandra Jennings).

Balanchine accorciò il titolo ad Apollo negli anni ’50, cosa che lo stesso Stravinsky preferì. Nonostante il collegamento greco Balanchine-Stravinsky comunemente considerato a causa del successivo lavoro di Balanchine con le partiture di Stravinsky in Orfeo e Agon, la musica per Apollo fu commissionata dalla Biblioteca del Congresso. Orpheus può essere considerato un sequel di Apollo, ma Agon è un balletto formale senza trama il cui titolo in greco evoca una gara.

LF Magazine
Foto: Massimo Danza

Silvia Azzoni e Alexandre Ryabko in “Sonata”.

Dal prestigioso atelier amburghese di John Neumeier sono arrivati Silvia Azzoni e Alexander Ryabko, impegnati in un romanticissimo percorso fra notturni, chiari di luna e sonate.

Sempre nell’ambito di “Duets and Solos” a cura di Daniele Cipriani (Ravenna Festival 2020) si è esibita una coppia d’eccezione: Silvia Azzoni e Alexandre Ryabko.

Tra le più emozionanti e sensibili ballerine del panorama internazionale, considerata da molti la vera erede di Alessandra Ferri per intensità interpretativa, vincitrice del prestigioso Prix Benois (l’Oscar del balletto mondiale) per la sua Sirenetta, Silvia Azzoni, prima ballerina dell’Hamburg Ballett John Neumeier, ha brillato in una serata che ha messo in luce la versatilità, le qualità tecniche e soprattutto la personalità che hanno reso speciale e leggendaria questa “Sonata” di Rachmaninov con la coreografia di Uwe Scholz. Accanto a lei, un fuoriclasse di fama mondiale, Alexandre Riabko, ballerino ucraino, e primo ballerino del Balletto di Amburgo.

Alexandre Riabko è nato a Kiev e si è formato alla Kyiv Ballet School sotto Vladimir Denisenko. Dopo aver raggiunto la finale del Prix ​​de Lausanne, ha proseguito i suoi studi presso la School of the Hamburg Ballet con Anatoli Nisnevich e Kevin Haigen. È entrato a far parte dell’Hamburg Ballet nel 1996 ed è stato promosso a solista nel 1999 e primo ballerino nel 2001. Nel 2016 gli è stato assegnato un Prix ​​Benois de la Danse speciale per l’eccellenza nel partnering.

Riabko è sposato con Silvia Azzoni e sono genitori di una figlia.

La Sonata per violoncello e pianoforte op. 19 di Sergej Rachmaninov si inserisce a pieno titolo tra le partiture fondamentali, per quanto ancora non sia molto eseguita. Siamo di fronte a una composizione dalle enormi proporzioni, sia strutturali (è formata da quattro ampi movimenti) sia tecnico-musicali. È il 1901 e il ventottenne Rachmaninov, dopo importanti problemi di salute, sta lavorando contemporaneamente al Concerto per pianoforte n. 2. Quest’ ultimo lavoro influenza non poco l’opera 19; oltre a risentirne timbri, melodie e armonie, se ne rinviene l’idea strutturale: al pianoforte è chiesto uno sforzo tecnico titanico, quasi fosse una partitura solistica, e al violoncello si richiede un suono e un’idea orchestrale. Una sfida enorme che si evidenzia sin dalle prime battute.

L’ acme della Sonata si palesa nell’Andante del terzo movimento. Mai come in questo tempo i danzatori “dialogano” così tanto, intrecciandosi, passandosi quasi le idee melodiche. E’ il pianoforte a introdurre il tema, con il violoncello a rispondere, per poi volteggiare verso registri estremamente distanti tra di loro. Il carattere è profondamente crepuscolare e lo si ritroverà, con accenti molto simili, nei Preludi pianistici di Rachmaninov.

Da quì si apre una lunga sezione rielaborativa dal piglio appassionato e drammatico. Prima dell’ampia coda finale, c’è tempo per ascoltare tutto il materiale tematico, si susseguono varie sezioni dalle diverse agogiche e si giunge a un Meno mosso, statico, riflessivo, un piccolo respiro prima del Vivace che in un costante crescendo dinamico concluderà il brano affermando la luce dell’intera coreografia.

Uwe Scholz è nato a Jugenheim (ora Seeheim-Jugenheim ) in Assia, in Germania , il 31 Dicembre 1958, e ha studiato musica al Conservatorio Landestheater di Darmstadt. E’ morto il 21 Novembre 2004 a Berlino. Da bambino, è stato ammesso alla John Cranko ‘s Ballet School di Stoccarda, un mese prima della morte dello stesso Cranko, e ha studiato con Marcia Haydée. Scholz ha anche studiato, con borsa di studio, alla Balanchine ‘s School of American Ballet di New York. Si è laureato a Stoccarda nel 1977 ed è entrato a far parte del Balletto di Stoccarda. A 26 anni è diventato direttore dello Zürich Ballet e vi ha diretto per i successivi 6 anni, prima di tornare in Germania per diventare direttore del Leipzig Ballet , dove è stato anche coreografo principale. È rimasto a Lipsia dal 1991 fino alla sua morte. Tra le sue creazioni più famose ci sono la Grande Messa di Mozart, Pax Questuosa di Udo Zimmermann , Symphonie fantastique di Berlioz , The Red and the Black di Stendhal e molto altro. Nel 1993 è stato nominato professore presso l’ Università di musica e teatro di Lipsia. È stato anche membro fondatore della Free Academy of Arts di Lipsia.

LF Magazine

Foto: Massimo Danza

Hugo Marchand in “A Suite of Dances”.

In occasione di “Duets and Solos” a cura di Daniele Cipriani, all’interno del Ravenna Festival 2020, Hugo Marchand, étoile dell’Opéra di Parigi, ha eseguito una coreografia molto impegnativa dal punto di vista fisico.

Hugo Marchand, ha danzato sulle note di A Suites of Dances, un balletto del grande coreografo Jerome Robbins, creato per Mikhail Baryshnikov, in occasione di “Duets and Solos” a cura di Daniele Cipriani. Quattro assoli, bellissimi, legati dalla musica di Bach, superba, in questa occasione, eseguita al violoncello da Mario Brunello.

Una sfida, per il ballerino francese, perché si tratta di una coreografia molto impegnativa fisicamente. Con Mario Brunello, Marchand ha trovato quell’intesa artistica che ha voluto condividere con il pubblico italiano. Felice, commosso, emozionato di ritrovare la scena proprio in Italia, davanti a spettatori che ama, per il calore e la passione che sempre gli manifestano.

Un metro e 92 di altezza – atipica per il balletto – e un fisico scultoreo, protagonista di un videoclip del profumo K by Dolce & Gabbana, Marchand, vive nella propria epoca, evolve con essa e, da ballerino, non resta aggrappato a ciò che la danza è stata in passato.

Danzatore classico e allo stesso tempo contemporaneo, possiede la peculiarità di esprimersi in più stili, e in modi diversi, non solo con la danza, sul palcoscenico dell’Opéra, ma attraverso altre forme artistiche. È anche un modo di mettere in risalto il suo teatro, il sogno di bambino, diventato realtà, portando la sua arte ad un pubblico che non ha l’abitudine o la possibilità di frequentarla in teatro.

Le Suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach sono conosciute per essere fra le più note e le più virtuosistiche opere mai scritte per violoncello, e si ritiene generalmente che sia stato Pau Casals a dare loro fama.

Assistere all’esecuzione delle Suites per violoncello solo di Bach provoca sempre stupore, ammirazione, smarrimento, quasi sgomento: come è possibile concentrare in un solo strumento, che fino a Bach era estraneo al concetto stesso di solismo, una tale qualità e varietà di invenzione, di gioco, di poesia e al tempo stesso di infallibile razionalità?


Riconducibili agli anni di Köthen (1717-1723), quindi al servizio di Bach come Kappelmeister del principe Leopoldi di Anhalt, si ritiene che siano state composte per uno degli ottimi strumentisti di quella cappella di corte, il violoncellista (o violista da gamba) Christian Bernhard Linigke.
Ciò che accomuna le sei Suites, orientate all’organizzazione di movimenti di danza propri della suite per strumenti a tastiera, è l’aggiunta ai quattro tempi fondamentali di rito (Allemanda, Corrente, Sarabanda e Giga) di un esteso e caratterizzante, quindi ogni volta diverso nello stile, Preludio all’inizio e di una coppia di danze (rispettivamente, in quest’ordine, Minuetto I e II nella prima e seconda Suite, Bourrée I e II nella terza e quarta, Gavotta I e II nella quinta e sesta: sempre con da capo, ossia con ripetizione della prima) tra la Sarabanda e la Giga. Risultato: una costruzione in due grandi sezioni, tra loro speculari, di tre pezzi ciascuna, con al centro il tempo lento della Sarabanda, momento di massima concentrazione espressiva della Suite.

Oggi le suites costituiscono una delle più grandi opere per violoncello e, dopo il recupero da parte di Casals, quasi ogni violoncellista aspira a suonarle nel miglior modo possibile, notissimi violoncellisti come Mstislav Rostropovich, Emanuel Feuermann, Pierre Fournier, Jacqueline du Pré, Paul Tortelier, André Navarra, Yo-Yo Ma, Gregor Piatigorsky, Mischa Maisky, János Starker, Anner Bijlsma, Heinrich Schiff, Pieter Wispelwey e Mario Brunello ne hanno registrato esecuzioni. Yo-Yo Ma vinse il Best Instrumental Soloist Grammy Award nel 1985 per il suo album “Six Unaccompanied Cello Suites” mentre Mischa Maisky ha venduto più di 300.000 copie della sua registrazione delle suites, molto al di sopra delle vendite medie della musica classica. Celeberrima fu l’esecuzione improvvisata durante la caduta del Muro di Berlino di Mstislav Rostropovich che fece il giro del mondo di tutte le televisioni. Non mancano nemmeno esecuzioni in luoghi suggestivi come l’esecuzione delle suites fatta da Mario Brunello sul Monte Fuji nel 2007, per – secondo Brunello – avvicinarsi di più all’assoluto e alla perfezione. Parti delle suites inoltre furono suonate da Yo-Yo Ma per il funerale del senatore statunitense Edward Kennedy e nel Settembre 2002 durante l’anniversario degli attentati dell’11 Settembre 2001.


Passione per la carriera artistica e sobrietà nella vita privata: Hugo Marchand porta con stile (squisitamente francese) il titolo di étoile dell’Opéra di Parigi. Per la danza è amore folgorante, sin da bambino, a Nantes: le prime lezioni a 9 anni, l’ammissione all’École dell’Opéra di Parigi a 13, a 17 l’ingresso in compagnia, a 23 la nomina a étoile. Il mondo là fuori, per l’élite del balletto protetta dalla dorata maison, è tutto da scoprire e il giovane Hugo lo esplora con curiosità, vivace ma sempre discreta. Oggi, a 26 anni, affronta con potenza gentile la carriera di ballerino fuoriclasse e la vita di giovane uomo. Anche di questi tempi, complessi e difficili per l’umanità, tanto più imprevedibili per gli artisti del balletto. Dopo una pausa forzata di oltre quattro mesi, il ballerino ha raccontato la felicità di tornare in scena, dal vivo, nello spettacolo Duets and Solos a cura di Daniele Cipriani, al Ravenna Festival.

(performed by permissions of The Robbins Trust)
LF Magazine
Foto: Massimo Danza