REBECCA STORANI E YOUNG GYU CHOI in “DIANA e ATTEONE”

Rivediamo sempre volentieri nel travolgente “pas de deux”, tratto da “La Esmeralda”, Rebecca Storani e Young Gyu Choi dal Dutch National Ballet.

Sono stati tra i grandi protagonisti di “Les étoiles”, Gala a cura di Daniele Cipriani, in scena lo scorso Luglio al Ravenna Festival: Rebecca Storani e Young Gyu Choi dal Dutch National Ballet, che rivediamo sempre volentieri nel travolgente “Diana e Atteone” (pas de deux).

Nata a Terni, Rebecca Storani ha studiato presso la Scuola del Balletto di Amburgo e si è in seguito diplomata con lode all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Nel 2014 è entrata a far parte del Semperoper Ballett di Dresda e nel 2015 della Companhia Nacional de Bailado di Lisbona, danzando nelle principali produzioni con ruoli da solista.

Nel 2017 è entrata a far parte del Ballet de Catalunya, dove è stata nominata Prima solista nel 2018. Attualmente danza per il Dutch National Ballet. Nel suo repertorio, ruoli da solista e protagonista nelle più note creazioni classiche, neoclassiche e contemporanee. Numerosi i riconoscimenti e le partecipazioni a gala internazionali, tra i quali “Star Gala” di Barcellona e “IBStage Gala”.

Nato in Corea del Sud, Young Gyu Choi ha iniziato gli studi di danza all’età di otto anni presso la Sunhwa Arts School di Seoul; ha poi continuato alla Tanz Akademie Zürich e alla Korean University of Art. Nel 2011 è entrato a far parte del Dutch National Ballet, dove nel 2015, dopo il debutto nel ruolo del Principe ne “Lo Schiaccianoci”, è stato nominato principal dancer.

Ha interpretato i ruoli principali nei più noti balletti del repertorio classico: Swan lake, Giselle, Don Quixote, La bayadere, Coppelia, Cinderella, Sleeping Beauty. Nel 2017 ha ricevuto il prestigioso Alexandra Radius Award. E’ regolarmente ospite dei più importanti gala internazionali, tra i quali Maya Plisetskaya Celebration Gala e Weltstar Gala di Vienna, oltre che di grandi compagnie, come Kiev Ballet e Universal Ballet (Korea).

Secondo alcuni autori, l’origine del passo a due Diana e Atteone, con la coreografia di Agrippina Vaganova, Petipa lo avrebbe creato per la sua versione de La Esmeralda del 1886, su musica appositamente composta da Riccardo Drigo, e che Agrippina Vaganova, avrebbe mantenuto nella sua ripresa de La Esmeralda del 1935, ma creando una nuova coreografia: quella alla base del passo a due ancor oggi ballato nei gala.

I fatti sono leggermente diversi, anche se quanto sopra ricordato contiene alcuni punti comprovati: Petipa mai introdusse ne La Esmeralda alcun passo a due che si sarebbe evoluto nel Diane et Acteon pas de deux. L’interpolazione avvenne molto più tardi e da parte di tutt’altro coreografo. Fu Vaganova ad aggiungere, per la prima volta, il passo a due Diana e Atteone a La Esmeralda, in occasione della sua ripresa del 1935, creando quella coreografia che è sostanzialmente giunta fino a noi, ma mutuando il passo a due da un altro balletto totalmente di Petipa: Tsar Kandavl (Le Roi Candaule).

Paola Sarto

Foto: Massimo Danza

ANNA TSYGANKOVA E CONSTANTINE ALLEN “LAGO DEI CIGNI”

Anna Tsygankova e Constantine Allen in “Il lago dei cigni” (pas de deux del cigno nero, III atto).

In attesa del prestigioso “Les Étoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani, che si svolgerà nel Gennaio prossimo a Roma, un “assaggio” della performance ‘a due’ con la coreografia di Marius Petipa.

Il 2020 si aprirà con il “Gala internazionale di danza” a cura di Daniele Cipriani, che attinge dal firmamento della danza per portare in scena le sue étoile più brillanti sul palco dell’Auditorium Parco della Musica di Roma Sala Santa Cecilia: le date sono il 24 e il 25 Gennaioe 2020 alle ore 21:00, il 26 Gennaio alle ore 17:00.

Il cast di Les Étoiles è formato dai più grandi nomi del balletto classico, ballerini dalle personalità splendenti e dalla tecnica sfavillante, in un ricco programma di brillanti virtuosismi e momenti di struggente lirismo: amatissimi brani tratti dal repertorio classico, accanto a lavori recenti, firmati dai coreografi attualmente più in vista.

Les Étoiles, la cui prima edizione risale al 2015, è una formula ben rodata ed acclamata dal grande pubblico, l’appuntamento di danza più atteso della capitale e di altre città italiane, un gala cult che ha incantato il pubblico di prestigiosi teatri, dall’Auditorium Parco della Musica all’Auditorium Conciliazione di Roma, dalla Fenice di Venezia al Lirico di Cagliari. I nomi in cartellone ed il programma richiamano un ampio ed eterogeneo pubblico di tutte le età, tra cui molti turisti. Oltre 5.000 gli spettatori della Sala Santa Cecilia, (Gennaio 2018), vastissima la copertura mediatica, con presentazioni, interviste e recensioni, sulle reti nazionali e regionali dei TG e dei GR RAI, sulle pagine dei maggiori quotidiani, sulle copertine dei settimanali.

Simpatica consuetudine di Les Étoiles, è quella dell’ ‘étoile a sorpresa’, che crea suspense tra i ballettofili mentre un’altra, che piacerà ai romantici, è quella di ospitare coppie di primi ballerini che sono anche coppie nella vita. L’intesa tra di loro è palpabile in scena e va a rendere ancora più intensa l’alchimia tra i protagonisti.

Hanno varcato il palcoscenico di Les Étoiles stelle come Svetlana Zakharova, Marianela Nuñez, Ivan Vasiliev, Vladimir Shklyarov, Daniil Simkin, Tiler Peck: artisti provenienti da compagnie come il Bolshoi di Mosca, il Mariinsky di San Pietroburgo, lo Hamburg Ballet, il Royal Ballet di Londra, l’Opéra di Parigi o il New York City Ballet. Tra i leitmotif di Les Étoiles c’è dunque la sua internazionalità, non solo le diverse nazionalità dei ballerini e dei teatri di provenienza, ma anche quelle dei compositori e dei coreografi. Questo sottolinea il messaggio di unione in cui la danza si presenta quale modello di una società e di un mondo ideali. Les Étoiles diventa ‘Le Nazioni Unite della Danza’: in quest’epoca in cui riaffiorano pericolosi nazionalismi, fanatismi, xenofobie, contrapposizioni politiche e religiose, il gala Les Étoiles è un inno all’armonia tra i popoli del nostro pianeta.

In attesa di questo prestigioso evento, vogliamo raccontarvi, nel dettaglio, il III atto tratto dal capolavoro “Il lago dei cigni” di Piotr Ilic Chaikovsky, eseguito da Anna Tsygankova e Constantine Allen.

Il libretto è ispirato a una fiaba popolare la cui vicenda di base è diffusa in molti paesi europei e racchiude tutta la meraviglia dei simbolismi, che in età romantica si accompagna a personaggi mitici e un chiaro intento morale. Il risultato della collaborazione tra gli artisti è un balletto indimenticabile dai caratteri molto ben marcati: una fanciulla trasformata in cigno bianco in seguito a una maledizione (Odette), un principe (Siegfried), un cigno nero malvagio (Odile), figlio d’uno stregone (von Rothbart); la lotta del bene contro il male e un finale alterno che si gioca tra il trionfo dell’amore e quello della morte.

Accurate ricerche filologiche hanno cercato di ricostruire le fonti letterarie della fiaba, attingendo a varie tradizioni: il poema epico russo Mikhail Ivanovic il vagabondo, oppure Il velo rubato, leggenda tedesca di Johann Musaus risalente al XVIII secolo, o ancora un poema di Pushkin del 1869, La storia dello zar Saltan, che Chaikovsky custodiva nella propria biblioteca con note autografe a matita nei margini (e che più tardi sarebbe diventata l’omonima opera di Nikolaj Rimskij Korsakov).

“Il lago dei cigni” costituisce un capolavoro di coerenza stilistica; tuttavia, dopo la revisione di Petipa, nel III atto tutto cambia, in corrispondenza dell’apparizione di Odile (il cigno nero); estetica, danza, scelte musicali (incluse alcune nuove inserzioni e interpolazioni rispetto ai numeri originali) producono una svolta di 180 gradi al fine di preparare il momento cuspide del balletto. Mentre nel II atto i personaggi sulla scena si limitano ai cigni, Odette e il principe, che esaltano l’estetica del bianco quale colore dominante, e la musica si concentra su di un’atmosfera di lirica serenità, in quello successivo, si alternano sin dall’inizio fastose scene corali e scontri drammatici dei caratteri individuali (la musica accompagna prodigiosamente la nuova situazione drammaturgica, ma è necessario ricordare che quasi tutti i numeri musicali previsti per il famoso pas de deux di questo atto in realtà furono composti da Chaikovsky per l’analogo Pas des deux del I atto: furono Petipa e Drigo a trasferirli a questo punto). Il III atto è il momento in cui subentra l’elemento diabolico e magico del cigno nero: il contrasto rispetto ai quadri precedenti si fa evidente, con uno scontro bianco-nero che resta dominante fino alla fine.

Il cambiamento più notevole nella struttura musicale riguarda, come si è già accennato, il Grand Pas des deux del III atto, ossia il momento in cui il Cigno nero (Odile) si esibisce in voluttuose e funamboliche variazioni al fine di avvincere Siegfried e allontanarlo da Odette. Drigo, oltre ad aggiungere una nuova coda al Grand Adagio e a interpolare altri materiali di Chaikovsky, rivide completamente l’orchestrazione. Non si trattò affatto di una banalizzazione, giacché Drigo cercò di tradurre in musica (rivisitata o sua) il progetto coreografico di Petitpa, che a sua volta aveva sfruttato tutte le risorse della partitura originale.

Paola Sarto

Foto: Massimo Danza

 

ALENA KOVALEVA E JACOPO TISSI in “DIAMONDS” (da Jewels)

I due giovani astri del Bolshoi in una lirica interpretazione del celebre balletto di George Balanchine in occasione de “Les Etoiles Gala Internazionale di Danza” a cura di Daniele Cipriani.


 

Una leggiadra ed elegante lettura del celebre passo a due “Diamonds”, quella di Iacopo Tissi ed Alena Kovaleva, entrambi provenienti dal Bolshoi di Mosca ed ospiti a Roma del gala internazionale Les Etoiles di Daniele Cipriani. Una coppia di danzatori armonici e perfettamente complementari nelle rispettive doti artistiche, un lirismo virtuoso che incanta lo spettatore.

“Diamonds” è tratto da “Jewels”, un balletto strutturato in tre parti, ovvero “Smeraldi”, “Rubini”, “Diamanti”, con le composizioni di tre diversi musicisti, quali Gabriel Faurè, Igor Stravinsky e Piotr Ilič Čaikovskij, rappresentato per la prima volta a New York nel 1967. Si tratta di uno dei capolavori di George Balanchine il quale, da quel che dichiarava lui stesso, trovò ispirazione per questo balletto, passeggiando per la Quinta Strada, dove si affacciano meravigliose vetrine di gioiellieri. Qualche tempo dopo, il famoso coreografo, ebbe l’idea di farne un trittico, dedicato alle grandi scuole di danza che avevano influenzato il suo percorso ballettistico: il Teatro Mariinskij dove aveva fatto il suo apprendistato, l’Opéra di Parigi e il New York City Ballet. “Diamonds” in particolare si ispira allo stile, al gran virtuosismo, ai grandi balletti classici della danza russa.

Anche se “Jewels” non è mai stato rappresentato dalle tre compagnie riunite, come avrebbe auspicato Balanchine, il balletto nella sua interezza fa comunque parte del loro repertorio: dal 1999, è entrato nel repertorio del Mariinskij; nel 2000, in quello dell’Opéra National de Paris. In ogni caso, solisti di ciascuna scuola l’hanno interpretato insieme in occasione di una edizione del Festival del Mariinskij. Altre compagnie hanno inserito “Jewels” nel loro repertorio, in particolare il Balletto di Amburgo, il Miami City Ballet, il Cincinnati Ballet, il San Francisco Ballet, il Royal Ballet.

Paola Sarto

Foto: Massimo Danza

Lady of the camellias

Lucia Lacarra e Marlon Dino, le due stelle del Dortmund Ballet, nella coreografia di Val Caniparoli ispirata all’omonimo romanzo di A. Dumas.

Il personaggio de La Signora delle Camelie è diventato famoso e noto al grande pubblico grazie all’omonimo romanzo di Alexandre Dumas figlio, in cui l’autore si ispira alla sua storia d’amore con Marie Duplessis, morta di tubercolosi a soli ventitré anni.

Il passo a due fotografato da Massimo Danza è tratto da “Lady of the camellias” del coreografo americano Val Caniparoli, ed è la prima volta che viene rappresentato in Italia, interpretato da due straordinari danzatori, affascinanti per la poliedricità del loro repertorio: Lucia Lacarra e Marlon Dino, stelle del Dortmund Ballet ed ospiti del Gala Les Etoiles di Daniele Cipriani. Stile e poesia per due artisti di inimitabile classe.

Paola Sarto

Foto Massimo Danza

 

“Apollo” di George Balanchine ed Igor Stravinskij

Il celebre balletto neoclassico è andato in scena al Teatro Romano di Spoleto, in occasione di una serata dedicata a Rudolf Nureyev organizzata da Daniele Cipriani. 

Una splendida occasione per noi quella di poter rivedere e fotografare “Apollo”, lo spettacolare balletto nato dalla sinergia di Igor Stravinskij e George Balanchine e la cui prima rappresentazione europea avvenne a Parigi nel 1928 con la compagnia dei Balletti Russi di Sergej Djagilev. 

Igor Stravinskij ne aveva composto le musiche secondo il suo progetto di “…un balletto ispirato a qualche momento o episodio della mitologia greca, la cui plasticità avrebbe dovuto essere trasfigurata dalla danza cosiddetta classica”, mentre George Balanchine ne creò l’innovativa coreografia.

“Apollo” è un balletto neoclassico, definizione di uno stile della danza classica nato agli inizi del novecento e di cui George Balanchine fu uno dei magistrali ideatori: la tradizionale tecnica accademica, base per la raffinata bellezza del movimento, si arricchisce di una maggiore libertà, in particolare delle braccia, e di nuovi passi e prese, ma anche di figure al di fuori dell’asse di equilibrio del corpo.

Come George Balanchine, anche Stravinskij contribuì a reinventare la forma del balletto con le sue composizioni musicali, avanguardiste ed in contrasto con la tradizione. Fu autore di memorabili opere ballettistiche, alcune delle quali in collaborazione con i Balletti Russi come “L’uccello di fuoco”, “Petruska”, “La sagra della primavera”. Egli scriveva infatti: “il balletto classico…nella sua stessa essenza, per la bellezza del suo ordine e il rigore aristocratico delle sue forme, risponde come meglio non si potrebbe alla mia concezione dell’arte”.

Nelle immagini del fotografo Massimo Danza possiamo ammirare alcuni momenti della coreografia portata in scena dai talentuosi danzatori provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo: il dio Apollo (Xander Parish) danza assieme alle Muse Calliope (Daria Ionova), Polimnia (Anastasia Nuikina) e Tersicore (Maria Khoreva) celebrandone con doni simbolici le rispettive arti, la poesia, l’arte mimica e la danza. 

La fotografia coreutica, ovvero l’arte di fotografare la danza, trova nel balletto “Apollo” grandi potenzialità espressive, rivelando ancora una volta la propria insostituibile funzione di immortalare gli attimi sublimi ed irripetibili di incontro tra il genio coreografico ed il talento del danzatore.

Paola Sarto

Foto © Massimo Danza 2018

WALTZ: INNO ALLE DONNE

Waltz è il titolo della immaginifica coreografia di Valentina Massa presentata al teatro Orione di Roma lo scorso 14 aprile durante il concorso coreografico Ballet-ex, tra tanti applausi ed un premio assoluto di riconoscimento nella categoria professional.

Le interpreti, liriche ed intense, sono le danzatrici del laboratorio coreografico “Coro Mobile” diretto da Valentina Massa: Giulia De Berchi, Beatrice Fasciolo, Cristina Odone e Tania Terzi.

Emozionante ed originale, Waltz cattura e coinvolge sin dall’inizio con la plasticità pittorica dei suoi movimenti coreutici: quadri intimisti si susseguono sulla scena, in una atmosfera privata e segreta, scivolano uno nell’altro i moti concatenati dell’anima femminile, drammatici ed affascinanti nel loro frangersi, come le risacche di maree perpetue, cui solo il corale abbraccio finale reca quiete e ristoro.

Eleganti i costumi dai bagliori bronzei ed evocativa la raffinata musica di Craig Armstrong (“Waltz”) con la voce recitante di Antye Greie che in tedesco declina un linguaggio da programmazione, un elenco di simboli senza alcun senso apparente ma il cui suono rivela dimensioni rarefatte e futuribili.

Valentina Massa ci svela di aver tratto ispirazione dal dipinto della Maddalena Penitente del Caravaggio e che Waltz “…vuole essere un inno alle Donne e alle Donne tutte, mi piace rimarcare tutte. Nella loro sensualità, talvolta nella sofferenza delle loro vite, nel modo di affrontare le difficoltà ed i disagi: non raramente subendo i condizionamenti imposti dall’Esistenza stessa. Con coraggio e determinazione, per culminare nella bellezza e realtà come quella di un quadro che meglio le rappresenta, oppure in questa frase di Emily Dickinson “Un giorno mi perdonerò del male che mi sono fatta, del male che mi sono fatta fare. E mi stringerò così forte da non lasciarmi più.

Paola Sarto

Foto Massimo Danza

“ROSSO FUOCO, QUAND’ERO MORTALE”

La compagnia Ballet-ex nella fiammeggiante coreografia di Luisa Signorelli dedicata alle passioni ed alla loro fatale consumazione.

Un lavoro avvincente, anche per l’aspetto narrativo che è implicito nel titolo: l‘io che ricorda già sa tutto di ciò che racconta, e porta nello svolgimento dell’opera sé stesso e lo spettatore al livello di conoscenza in cui si trovava egli medesimo nel momento in cui avvengono i fatti narrati, ovvero alla sua epoca mortale. Già, ma da quale luogo racconta quest’io, non più mortale?

Il prologo, modulato sui tempi ed i ritmi crescenti di un bolero, ci incatena alla topica domanda, creando una tensione che ci accompagna attraverso i diversi quadri coreografici, culminanti nell’affresco di grande poesia danzato sulle romantiche note di Shubert: tutte le passioni, infinite per sfumature ed intensità, tendono oscuramente alla propria liberazione, che fatalmente avviene con la morte.


Questa ineluttabile verità può essere osservata in tutta la sua pienezza soltanto da quella zona di immortalità, e libertà, cui allude il titolo, e che attraversa sovente la scena, punteggiatura lirica dell’elemento femminile che dona, innalza, sacrifica.

Questo è il nucleo trascendente di un’opera coreografica elegante ed intimista, che sorvola vertici di poesia nel dipingere con ricchezza espressiva luci ed ombre degli slanci ed aneliti umani.

Luisa Signorelli, nell’incessante ed innovativo lavoro di ricerca del vero attraverso i movimenti coreutici, dirige in scena con tocco delicato e sapiente la sua polifonica orchestra, i danzatori Leopoldo Guadagno, Carlo Pacienza, Armand Zazani, Nyko Piscopo, Antonio Bisogno, Antonio Trerotola.

Un corpo di ballo coeso ed energico, i movimenti vibrano di emozioni, e con essi il pubblico, che applaude a scena aperta. Efficace il rosso dei costumi, l’impatto è forte come le passioni, si amalgama alle splendide musiche ed alle emblematiche proiezioni che a tratti sul fondo accompagnano la danza: colori che si sciolgono nell’acqua, paesaggi metafisici, ossessive geometrie. Il finale è da commedia, come nella migliore delle tradizioni: per dirla con Shakespeare, cos’è la vita se non un palcoscenico?

Paola Sarto

Foto Massimo Danza

ALENA KOVALEVA E JACOPO TISSI IN “DIAMONDS” (DA “JEWELS”).

I due giovani astri del Bolshoi in una lirica interpretazione del celebre balletto di George Balanchine.

Una leggiadra ed elegante lettura del celebre passo a due “Diamonds”, quella di Iacopo Tissi ed Alena Kovaleva, entrambi provenienti dal Bolshoi di Mosca ed ospiti a Roma del gala internazionale Les Etoiles di Daniele Cipriani. Una coppia di danzatori armonici e perfettamente complementari nelle rispettive doti artistiche, un lirismo virtuoso che incanta lo spettatore.

“Diamonds” è tratto da “Jewels”, un balletto strutturato in tre parti, ovvero “Smeraldi”, “Rubini”, “Diamanti”, con le composizioni di tre diversi musicisti, quali Gabriel Faurè, Igor Stravinsky e Piotr Ilič Čaikovskij, rappresentato per la prima volta a New York nel 1967.

Si tratta di uno dei capolavori di George Balanchine il quale, da quel che dichiarava lui stesso, trovò ispirazione per questo balletto passeggiando per la Quinta Strada, dove si affacciano meravigliose vetrine di gioiellieri. Qualche tempo dopo, il famoso coreografo ebbe l’idea di farne un trittico, dedicato alle grandi scuole di danza che avevano influenzato il suo percorso ballettistico: il Teatro Mariinskij dove aveva fatto il suo apprendistato, l’Opéra di Parigi e il New York City Ballet. “Diamonds” in particolare si ispira allo stile, al gran virtuosismo, ai grandi balletti classici della danza russa.

Anche se “Jewels” non è mai stato rappresentato dalle tre compagnie riunite, come avrebbe auspicato Balanchine, il balletto nella sua interezza fa comunque parte del loro repertorio: dal 1999, è entrato nel repertorio del Mariinskij; nel 2000, in quello dell’Opéra National de Paris. In ogni caso, solisti di ciascuna scuola l’hanno interpretato insieme in occasione di una edizione del Festival del Mariinskij. Altre compagnie hanno inserito “Jewels” nel loro repertorio, in particolare il Balletto di Amburgo, il Miami City Ballet, il Cincinnati Ballet, il San Francisco Ballet, il Royal Ballet.

Paola Sarto

Foto di Massimo Danza

“CONFINI”: DANZA E ANTHROPOS

La compagnia Ballet-ex è in scena con la nuova coreografia di Luisa Signorelli

“Confini” è il titolo della nuova coreografia di Luisa Signorelli interpretata dalla compagnia Ballet-ex, in scena con successo di pubblico dalla fine di novembre ed in programmazione per il 2018 con altre cinque repliche.

Abbiamo assistito agli spettacoli di novembre e dicembre al teatro Orione di Roma, e siamo rimasti incantati dall’originalità e dalla bellezza di questa elegante opera di danza, le cui radici classiche fioriscono in una contemporaneità ricca di contaminazioni.

Levatura e profondità contraddistinguono il pensiero coreografico di “Confini”, che attinge ad un immaginario collettivo elaborandone creativamente i miti ed i simboli costituenti la base di ciò che siamo oggi e proiettandone l’evoluzione come solo l’Arte può, e dovrebbe fare.

Lo spettacolo inizia in maniera fantastica: il prologo anticipa la dimensione cosmologica dell’opera, ed affascina per l’atmosfera primordiale, capace di risvegliare archetipi primigeni e temi universali, vivificati dall’immagine simbolica che ricorda la nebulosa di un’alba originaria proiettata sullo sfondo con l’accompagnamento di un canto rituale.

Un’anima discende da altezze cosmiche nell’uomo risvegliandone la vita che affonda sempre più giù nelle profondità della terra, si formano comunità, e confini appunto, che marcano territori e limitano spazi non solo esteriori. Confini che legano ed imprigionano in anime collettive, proiettando all’esterno ombre sinistre prodotte dallo stesso soggetto che ignora di esserlo e che innalza altre barricate tra sè e il mondo.

Le immagini sono rese magnificamente da un corpo di ballo ispirato ed energico composto da sei elementi maschili dalle complementari sfumature cromatiche: Carlo Pacienza, Leopoldo Guadagno, Giuseppe Ranieri, Antonio Bisogno, Nyko Piscopo, Kevin Bhoyroo, e dall’unico elemento femminile, anima lirica dell’opera, interpretata da Luisa Signorelli che ne modula sapientemente la vis drammatica.

Il viaggio dell’uomo con i suoi confini si dipana attraverso i richiami tribali di lotte ancestrali, divinità solari e caldi bagliori di un’Africa madre, attraversa l’oscurantismo di un progresso freddo e metallico, ma anche gli eroici aneliti di libertà, attimi di elevazione verso altezze originarie indicate dall’anima del mondo, che squarciano il buio di gabbie interiori, di nuovo soffocati da paure ed automatismi.

Fino a quando? Fino a che i personaggi ritornano persone ed il gioco è svelato, le convenzioni si sgretolano, cadono i confini di quella commedia che è la storia dell’uomo, in un finale autoironico e di grande effetto: i danzatori ringraziano il pubblico in piena azione danzante, ci sovviene la commedia francese e la sua benedetta, soave leggerezza laddove scioglie le tensioni in un finale di risolutiva e disarmante semplicità.

La composizione è di ampio respiro e con diverse chiavi di lettura, come molteplici sono i piani su cui si svolge l’azione coreutica, una sinfonica alternanza di testi e sottotesti coreografici che sviluppano il tema del titolo con una ricchezza espressiva che fonde danza, musica ed arti figurative per uno spettacolare risultato la cui verace portata antropologica arriva allo spettatore in profondità.

Mirabili i costumi, visionari e postmoderni, ben si amalgamano con i video che in alcuni momenti accompagnano emblematicamente la coreografia sullo sfondo: pianeti, lune e soli, geometrie che si rincorrono e ricompongono a ben accompagnare astrazioni siderali oppure i nevrotici intrecci di umani pensieri. Le luci disegnano atmosfere, lievi e drammatiche, a completare gli efficaci periodi di un elaborato artistico dalle innumerevoli sfaccettature emozionali, riflettenti i percorsi interiori del nostro tempo.

Paola Sarto

Foto: Massimo Danza

“SPIRAL TWIST”: LUCIA LACARRA E MARLON DINO

I due primi ballerini del Dortmund Ballet in una coreografia che privilegia i contatti e l’equilibrio dei pesi tra i danzatori, assegnando un ruolo significativo alla luce nella percezione del movimento.

Letteralmente “Torsione a spirale”, è il titolo della coreografia interpretata da Lucia Lacarra e Marlon Dino sul palcoscenico dell’ultimo Gala Les Etoiles di Roma, il gala internazionale di danza voluto da Daniele Cipriani che il 27 ed il 28 gennaio 2018 sarà di nuovo a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, per la gioia degli amanti del balletto.

Una coreografia di Russell Maliphant, canadese di nascita ma inglese d’adozione, la cui moderna ricerca coreutica privilegia in particolare i contatti e l’equilibrio dei pesi tra i danzatori, assegnando un ruolo significativo alla luce nella percezione del movimento da parte dello spettatore.

Un lavoro affascinante, esaltato dalla plastica elasticità dei due principals del Dortmund Ballet, Lacarra e Dino, assolutamente perfetti.

Paola Sarto

Foto Massimo Danza